Un anno intenso, con molte ombre, ma con alcune grandi novità. Così è stato il 2011 per Amnesty International. L’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani ha presentato ieri a Roma, in una sala dell’Istituto dell’enciclopedia italiana, il suo rapporto annuale – anche quest’anno pubblicato dalla Fandango. «Il 2011 è stato innanzi tutto l’anno delle proteste mondiali – ha detto nella sua relazione Christine Weise, presidente della sezione italiana – Le primavere arabe, le proteste sociali che hanno animato molti paesi occidentali hanno evidenziato un sempre più diffuso rifiuto dell’ingiustizia e delle violazioni dei diritti umani. D’altra parte però – ha detto ancora Weise – hanno anche reso chiarissimo il fallimento delle leadership globali».

Un fallimento che si è tradotto nella mancanza di azione (come nel caso della Siria) e nella perdurante scelta da parte dei paesi più potenti «di lasciare che le alleanze opportunistiche e gli interessi finanziari avessero il sopravvento sulla difesa dei diritti umani, il cui linguaggio è stato adottato quando era funzionale all’agenda delle imprese o della politica e messo da parte quando non è parso opportuno o ha ostacolato il profitto». Il riferimento è chiaramente alla Libia, ma più in generale Weise ha voluto indicare che «spodestare singoli leader per quanto tiranni non è sufficiente a produrre un cambiamento duraturo», se non c’è da parte dei paesi che ancora controllano la politica internazionale e da parte delle potenze emergenti una seria e coerente assunzione di responsabilità.

Nelle 750 pagine del rapporto c’è la fotografia dello stato dei diritti umani nel mondo riassumibile in poche cifre: restrizioni alla libertà di espressione in 91 paesi; maltrattamenti e torture in 101 paesi; condanne a morte eseguite in 21 ed emesse in 63 paesi; almeno 18.750 persone tenute nei bracci della morte.

Per quanto riguarda l’Italia, Amnesty ha sottolineato come il 2011 avrebbe potuto essere un anno determinante per qualificare il nostro paese come un campione dei diritti umani, in particolare per il rapporto con le popolazioni della sponda sud del Mediterraneo. E invece, la leadership italiana non diversamente da quelle di altre paesi si è dimostrata inadeguata e ha risposto alla sfida innescata dalle rivolte tunisine, egiziane, libiche con una politica di chiusura delle frontiere e di respingimenti in mare dei migranti e dei profughi. Una politica cancellata sia dalle sentenze della Corte europea dei diritti umani, sia dal cambiamento di governo avvenuto a fine 2011.

Anche nel caso italiano, però, rimangono molte ombre, puntualmente individuate nella relazione di Giusy D’Alconzo: «Il rischio principale, per Amnesty, è quello della continuità delle politiche con i precedenti governi – ha detto D’Alconzo – Sia nelle questioni che riguardano i rapporti internazionali, sia per quelle interne». Una continuità visibile, per esempio, nel fatto che il testo degli accordi firmati ad aprile con la Libia continua non essere reso pubblico. «Non pensiamo che questo governo abbia minori responsabilità in tema di diritti umani – ha sottolineato ancora D’Alconzo – per questo rinnoviamo le nostre richieste per aumentare le tutele e per affrontare alcuni temi che ci sembrano particolarmente urgenti». Tra questi, potenziare la lotta alle discriminazioni, a partire da quelle verso persone glbtq (gay, lesbiche, bisessuali, transgender e queer) e verso minoranze come i rom; inserire nel codice penale il reato di tortura che avrebbe permesso di evitare, per esempio, che i reati commessi al G8 di Genova del 2001 cadessero in prescrizione; migliorare la protezione dei cittadini detenuti; ridurre il ricorso alla detenzione dei migranti irregolari nei Cie; migliorare il sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati politici; creare un sistema di monitoraggio indipendente delle violazioni commesse dalle forze dell’ordine, il cui rapporto con i cittadini è essenziale per una efficace difesa dei diritti umani e deve essere basato sulla fiducia.

«Abbiamo accolto con soddisfazione le aperture che ci sono state da novembre in poi, ma continueremo a fare pressione su questo governo per ottenere impegni concreti e provvedimenti efficaci, come abbiamo fatto con tutti i precedenti governi – ha sottolineato D’Alconzo – e in vista delle prossime elezioni politiche chiederemo a ogni formazione di esprimersi sui temi legati alla difesa dei diritti umani in modo che i cittadini sappiano esattamente quali sono le opinioni e i programmi di ciascuna forza politica in merito a questioni così importanti per la tenuta democratica del nostro paese».

Perché, in Italia come in tutto il mondo occidentale, il rischio più immediato è che la crisi finanziaria, economica e sociale faccia passare in secondo piano i diritti umani. Un rischio che Amnesty, con la sua presenza diffusa e la sua attività continua, cerca di evitare ormai da mezzo secolo.

di Joseph Zarlingo