A parte l’allegro Fassino che governa nell’ombra la lucentezza di Torino, non c’è una sola grande città che il Partito democratico di Pier Luigi Bersani guidi con forze proprie e quel che più conta con un progetto proprio, qualche nuova idea, magari lontana dalle banche, dai banchieri e da quegli apparati che campano sulle ruote dei rimborsi elettorali. Anche in questo giro sono riusciti a perdere vincendo.

Hanno perso Parma con una miopia così selettiva da sfiorare il masochismo. Non hanno capito gli umori di Palermo, restituita a Orlando. E a Genova non hanno azzeccato il candidato. Bersani oggi si rallegra delle vittorie di Budrio e Garbagnate, beato lui. Ma alle scorse amministrative suonava la stessa musica in quelle grandi città che sono lo spartito della nazione.

A Milano puntavano su Stefano Boeri e ha vinto Pisapia. A Napoli contrastavano a brutto muso De Magistris. A Cagliari non volevano saperne del giovane Zedda. A Roma sono riusciti nell’impossibile: perdere contro il tetro Alemanno, uno che gira con la croce celtica al collo, puntando sull’unico candidato in grado di fare l’impresa: Rutelli, quando ancora si rimborsava il pranzo e la cena con il suo amico Lusi.

Il Fatto Quotidiano, 23 Maggio 2012