Fughe frequenti e rivolte ormai all’ordine del giorno. Al Cie di Bologna la settimana scorsa alcuni migranti hanno aggredito le forze dell’ordine durante un controllo delle camerate. Questa notte dal Centro di Identificazione e Espulsione di Modena sono invece scappati in 26 dopo aver superato la resistenza dei militari di guardia con bastoni e altri oggetti. Tre agenti sono rimasti contusi nello scontro. Pochi giorni fa sempre a Modena un controllo ha trovato quattro seghetti per tagliare le sbarre e una scala, creata con le lenzuola, lunga oltre 10 metri e con tanto di arpioni alle estremità ricavati con pezzi di lavandino. Una situazione, quella dei Cie, insostenibile per chi nei centri è rinchiuso da mesi senza sapere nulla sul proprio futuro, difficile per chi quei centri li gestisce, e complessa anche per le istituzioni locali, che più volte si sono dette contrarie ai Cie ma anche impotenti, essendo i centri di esclusiva pertinenza del Ministero dell’interno. “L’esperimento è fallito, occorre cambiare queste strutture che non hanno più senso di esistere”, ha spiegato due settimane fa l’assessore alle politiche regionali dell’Emilia-Romagna Teresa Marzocchi.

Quasi a prenderla in parola a Modena c’è chi sta organizzando un’assemblea per chiudere i Cie. Non fisicamente, come fecero nel 2002 i movimenti che assaltarono e smontarono pezzo per pezzo il centro di Bologna (allora si chiamava Cpt, centro di permanenza temporanea). Ma tentando di smontare la legge Bossi-Fini sull’immigrazione con proposte che puntino ad annullare il fenomeno della clandestinità e a trovare alternative concrete a strutture, spiegano gli organizzatori dell’iniziativa, “rivelatesi costose ed inefficaci sia dal punto di vista della sicurezza, sia nella garanzia e nel rispetto dei diritti umani”. L’obiettivo è semplicissimo: abrogare la Bossi-Fini, “legge artefice di una larga parte della produzione di clandestinità amministrativa nel nostro paese”. Per arrivarci si pensa anche ad una class action di massa, idea che sarà discussa il 7 giugno nella Casa delle Culture di Modena.

Nei Cie, è il ragionamento degli organizzatori, i migranti vengono rinchiusi non per avere commesso qualche reato specifico, ma perché sprovvisti di un regolare permesso di soggiorno. Eppure le condizioni dei centri di identificazione e espulsione sono simili a quelle delle carceri, ci sono state ripetute denunce di violazioni dei diritti umani e il periodo di permanenza può arrivare anche a 18 mesi. Senza considerare che spesso le persone trattenute sono poi liberate senza rimpatrio. Secondo il dossier 2011 Caritas Migrantes solo il 48% dei rinchiusi nei centri è poi riportato al proprio paese. Tutti gli altri invece restano in Italia senza documenti, una condizione che rende impossibile cercare lavoro e molto più facile avvicinarsi al crimine. Insomma, il fallimento stesso del concetto di identificazione e espulsione, ma anche delle politiche di prevenzione dei reati. Per non parlare di quelle di accoglienza e integrazione.

“Come possiamo non sentirci sdegnati da una legge come la Bossi Fini? – si chiede il comunicato degli organizzatori dell’assemblea di Modena – Siamo nati in Italia per una fortunata coincidenza, ma l’Italia e la Terra appartengono ai suoi abitanti. Come possiamo ancora tollerare che una parte di questi viva in condizioni di forte ingiustizia sociale? I confini tracciati dagli uomini sono stabiliti da regole economiche che spesso non rispettano i diritti di ogni essere umano. Chi parte dal proprio paese per immigrare, spera di trovare condizioni di vita minime migliori, tenta di sfuggire alla fame, spesso alla guerra. Non possiamo pensare e permettere che strutture come il Cie risolvano i problemi legati al fenomeno inarrestabile dell’ immigrazione. Dobbiamo scegliere in quale mondo vogliamo vivere, impegnarci seriamente per costruirlo, abbattendo strutture come i Cie”.