La guerra invisibile in corso nello Yemen tra l’esercito governativo e gruppi jihadisti locali legati ad Al Qaida è arrivata nella capitale Sana’a. Lo ha fatto nel modo peggiore e più eclatante, con un attentato che ha colpito un reparto dell’esercito che si stava allenando per la parata militare prevista per le celebrazioni della festa nazionale dell’unificazione del nord e del sud del paese, avvenuta nel 1990.

Secondo le prime ricostruzioni, un attentatore, con addosso una uniforme dell’esercito, si è avvicinato ai soldati inquadrati e in marcia e si è fatto esplodere. Il primo bilancio parla di almeno 63 soldati morti e decine di feriti, tra cui alcuni anche in gravi condizioni. Il numero complessivo delle vittime, però, potrebbe essere molto più alto. Alla parata, prevista per domani, avrebbe dovuto prendere parte anche il presidente Abd-Rabbo al-Mansur Hadi, eletto nello scorso mese di febbraio dopo un anno di proteste, repressione e turbolenze politiche che hanno segnato la fine di 32 anni di regime di Abdallah Saleh, il presidente dell’unificazione. Proprio il fatto che un attentato di questa efficacia sia stato anticipato a oggi e non portato a segno domani, però, secondo le analisi “a caldo” che circolano sulla stampa internazionale, dimostrerebbe che i gruppi qaedisti contro cui l’esercito yemenita è da mesi impegnato in una guerra a bassa intensità nel sud del paese, avrebbero inteso lanciare un “messaggio” alle autorità militari e al governo, più che decapitare i vertici istituzionali del paese.

L’offensiva dell’esercito si è intensificata negli ultimi dieci giorni e si è concentrata nella provincia meridionale di Abyan, dove la presenza dei gruppi qaidisti – noti con il nome collettivo di Al Qaida nella Penisola arabica (Aqap) – è più forte. Solo nell’ultimo fine settimana almeno 33 guerriglieri sono stati uccisi e 19 soldati governativi sono morti negli scontri nei pressi della città di Jaar. Secondo il governo yemenita, l’offensiva è costata la vita ad almeno 130 persone, tra soldati e combattenti jihadisti.

Non è una guerra che riguarda solo lo Yemen, peraltro. I sauditi e gli Stati Uniti sono attivamente coinvolti. Gli Usa hanno lanciato diversi raid con gli aerei comandati a distanza contro le basi qaediste, uccidendo nelle ultime settimane almeno tre esponenti di spicco di Aqap. Le reti jihadiste hanno un lungo radicamento nello Yemen – basti ricordare che la famiglia bin Laden è di origine yemenita e che uno dei primi eclatanti attacchi di Al Qaida, quello contro la USS Cole è avvenuto nel porto di Aden – e tuttavia questa presenza si intreccia con le sfaccettature di un paese molto complesso, in cui convivono tensioni separatiste nel sud, rivolte sciite nel nord, rivalità tribali e lotte politiche per il controllo delle risorse. Ciò che più preoccupa sauditi e statunitensi è però la possibilità che lo Yemen, e in particolare alcune regioni del paese, dove Aqap ha basi più solide e controlla anche parte del territorio, possa diventare una sorta di “rampa di lancio” per attacchi jihadisti anche in altre zone del mondo.

I servizi di intelligence sauditi hanno intercettato negli ultimi mesi diverse bombe dirette a vari obiettivi. Un istruttore militare statunitense, invece, è stato ucciso domenica nella città di Hodeida e l’assassinio è stato rivendicato da Ansar al-Sharia, un gruppo armato salafita. La faticosa e sanguinosa transizione politica innescata dalle proteste contro Saleh, inoltre, ha creato un vuoto di potere, nelle zone più turbolente, che è stato di fatto colmato proprio dalle reti jihadiste, contro le quali il nuovo presidente ha promesso mano dura, anche se, secondo alcuni analisti, sarebbe stato meglio coinvolgere una parte di questi sfaccettati movimenti – quelli più legati alle rivalità tribali e alle dinamiche interne del paese – nel processo di transizione.

Ansar al-Sharia, per esempio, è nato di recente proprio per “presentare” a mano armata le istanze di quelle aree della società yemenita che avrebbero voluto la creazione di uno stato di ispirazione religiosa al posto della repubblica laica e molto autoritaria gestita da Saleh e dal suo clan per oltre tre decenni. Il nuovo presidente Hadi, invece, ha chiuso ogni possibilità di trattativa con le formazioni politiche e armate di ispirazione religiosa – anche quelle non strettamente legate ad Aqap – accentuando una risposta militare che rischia di avvitarsi su se stessa precipitando il più povero dei paesi arabi (nonché quello con la popolazione più giovane e meno istruita) in una spirale di violenza che, vista la posizione strategica dello Yemen, a controllo del “collo di bottiglia” del Mar Rosso, rischia di avere ripercussioni su tutta la regione.

di Joseph Zarlingo