La promozione in Serie A del Pescara guidata da Zdenek Zeman è una bella notizia per tante ragioni. Prima di tutto è la conferma che il bel gioco, la ricerca del gol e dello spettacolo possono portare a risultati sorprendenti anche nell’Italia del nobile catenaccio (lo stesso che ha portato il Chelsea di Di Matteo sul tetto d’Europa).

È la prova che si può vincere anche lanciando talenti giovanissimi. Zeman, al di là delle opinioni sulle sue scelte tattiche, ha scoperto tanti campioni nella sua lunga carriera: basterebbe citare il trio delle meraviglie Signori-Baiano-Rambaudi nel Foggia delle meraviglie dei primi anni ’90, Antonio Nocerino nell’Avellino della stagione 2003-2004 (nonostante tutto, retrocesso in Serie C), la coppia Vucinic-Bojinov nel Lecce di A nel 2004-2005, Insigne e Sau l’anno scorso nel suo ritorno a Foggia in C1, Immobile e Verratti (nel giro della Nazionale nonostante disputasse il campionato di Serie B) per comprendere la dimensione di questo suo straordinario talento.

Ma il ritorno in Serie A di Zdenek Zeman, conquistato a sorpresa e non proprio dalla porta principale, è una storia che regala due preziosi insegnamenti.

Il primo è che il successo si può raggiungere senza mai scendere a compromessi, attraverso il duro lavoro. Zeman ha sempre detto ciò che pensava sul calcio e i suoi problemi, sui rischi legati all’abuso della medicina nello sport, su quanto importante sia rispettare le regole e giocare pulito. Dire ciò che si pensa non è mai una scelta comoda, soprattutto se la propria versione delle cose colpisce chi vince, chi è amato, chi è potente. Ancora meno comodo può essere passare una vita convivendo con gli effetti dell’essere se stessi, se questo rende più difficile fare il proprio lavoro. Zeman, però, non ha mai mollato. E ha sempre comunicato una profonda tranquillità, una convinta serenità d’animo. È sempre apparso divertito nel fare il proprio lavoro, anche se è stato condotto con fatica, anche se è dovuto ripartire più volte da zero, anche se ha dovuto ricominciare dai campi di Serie C. 

Il secondo messaggio che la vita e la carriera di Zeman rappresenta è che non bisogna mai mollare. Zeman ha conosciuto grandi traguardi e altrettanto grandi delusioni. Ha ispirato libri, canzoni, film e ha anche conosciuto esoneri dopo poche partite. È arrivato secondo in Serie A e ha conosciuto retrocessioni dolorose. Ha girato l’Europa, ma è dovuto tornare in Italia per poter esprimere al meglio il suo gioco. Ha avuto tanti motivi per lasciare. Se avesse abbandonato il calcio e la panchina, la storia dello sport gli avrebbe comunque riservato un posto d’onore, per quel Foggia che con il suo 4-3-3 conobbe una profonda innovazione nel modo di stare in campo; per quella filosofia calcistica, abbastanza rara in Italia, secondo la quale è più importante fare gol che evitare di subirli.

Zeman torna in A. È tutto merito suo. Non deve ringraziare nessuno, se non le persone che hanno creduto in lui nonostante tutto. Oggi è amatissimo, a dimostrazione che la sua lezione di vita, di stile e di bellezza ha superato le insidie dei tempi e ora è diventato un modello culturale, oltre che sportivo.

Il lavoro, l’integrità, il divertimento, la determinazione possono portare al successo. Il fatto che Zeman ci sia riuscito rappresenta un insegnamento per tutti. Per tutte queste ragioni, grazie Zdenek.