Come previsto, Marco Doria è il nuovo sindaco di Genova con il 59,7%. Quello che non era stato previsto è che sarebbe stato votato solo da un’esigua minoranza: 39% sul totale degli aventi diritto. Un crollo atteso, ma non in queste proporzioni. Il candidato del centrosinistra quindi è stato eletto solo dal 24% dei genovesi. Il suo sfidante, il liberale terzopolista Enrico Musso, si ferma al 40,3%.

Una situazione ben difficile da affrontare per il nuovo sindaco, per tutta una serie di motivi. Innanzitutto perché, nonostante il colore arancione, il candidato di Sel non ha suscitato l’entusiasmo di Pisapia a Milano. Seconda cosa, l’indipendenza dai partiti. “Ho vinto le primarie contro due candidate del Pd, di cui una era il sindaco uscente” ha ripetuto fino alla nausea Doria. Ma non è bastato per metterlo al riparo. Non ha saputo dire quanto detto l’anno scorso da Pisapia: “Chi chiede posti e poltrone per me è già cancellato”. Su Stefano Anzalone, assessore uscente Idv, che aveva chiesto due posti prima del ballottaggio, ha detto “non avrete mai da me un diniego sui singoli nomi”.

Poi una campagna estremamente piatta e lineare da candidato ultrafavorito, che ha convinto molto poco, se non i già convinti. E dulcis in fundo ha preso 13mila voti in meno tra un turno e l’altro. Da quando esiste il maggioritario, sicuramente è il sindaco meno votato di sempre. Musso, dal canto suo, è riuscito a trascinare dalla sua chi aveva votato il Pdl al primo turno. Nessun altro però. Diserzione completa dalle urne per 5 Stelle e leghisti che hanno seguito all’appello la linea dei loro movimenti di riferimento.

Per Marco Doria adesso, la prova del governo. Dopo aver fatto uno degli ultimi giorni da professore di Storia economica (oggi stesso ha fatto lezione nella facoltà di lettere e filosofia dalle 14 alle 15 e 30) adesso gli tocca mantenere le sue due uniche promesse: mantenere un alto livello dei servizi pubblici e della spesa. Per Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, per Doria adesso i nodi  verranno al pettine: “Alla luce della situazione finanziaria sia italiana che del Comune, per il nuovo sindaco sarà difficile mantenere quanto detto, senza esternalizzare alcuni servizi pubblici e rendendo la macchina più efficiente tagliando alcuni settori non produttivi”.

Secondo Paolo Putti, candidato sindaco del Movimento 5 Stelle e futuro capogruppo a Palazzo Tursi del più grande partito di opposizione, l’alto dato dell’astensionismo è dovuto a un sistema di potere sclerotizzato: “La gente non si riconosce più nel sistema dei partiti e delle alleanze, per quello al secondo turno non è andata a votare. Continueremo a lottare a cominciare dalle piccole cose che vanno a favore dei cittadini e contro le grandi opere che strangolano le piccole comunità della Val Polcevera, abbattendo sul loro percorso una scuola elementare come quella di Villa Sanguineti”. Quasi un abbattimento simbolico “che rappresenta meglio di qualunque analisi quanto le grandi opere facciano a pezzi la cultura e il sapere” conclude Putti.

Da domani Doria dovrà cominciare a formare la sua nuova giunta, stando attento a non scontentare i cinque partiti che non lo sostengono. Ma sulle rive del mar Ligure, a parte la vittoria tra le astensioni del Marchese rosso, succede qualcos’altro. A trenta chilometri di distanza, nel comune di Chiavari c’è stato un risultato in controtendenza: il sindaco uscente Vittorio Agostino, ex leghista che ha guidato la città con una lista civica per tre mandati, è stato sconfitto per 17 voti dal candidato del Pdl Roberto Levaggi, ex assessore regionale alla Sanità della giunta di Sandro Biasotti. Vittoria, si dice, arrivata con l’appoggio del Pd. Se il partito di Berlusconi può sorridere un po’ in questa particolare circostanza deve ringraziare il suo alleato all’interno del governo Monti.