Il momento è tragico. Davanti a una bara bianca, appoggiato un cuore rosa di peluche, il dolore è muto. Il padre la fissa, occhi asciutti di lacrime, stringe al petto la fotografia della sua Melissa vestita con l’abito immacolato della prima comunione. Sembra una giovane sposa, lei che sposa non lo sarà mai.

Nella prima fila riservata alle autorità è seduto tronfio Massimo D’Alema, a poco sedie di distanza, Mario Monti che ha interrotto il G8 a Camp David per essere vicino alla famiglia di Melissa. Un bel gesto del premier, mi dico, significativo.  La prima cosa che invece mi viene in mente vedendo D’Alema è: cosa ci fa lì? Sì, lui è di Gallipoli, vorrà dare una sincera testimonianza di cordoglio o anche il funerale di una giovane vita spezzata diventa, per lui, una vetrina per mettersi in mostra?

La telecamera lo riprende, ha in mano il cellulare, se lo gira per controllare se è arrivato un sms. “Ripreso” come un bambino con le dita nella marmellata, furtivo, lo rimette  in tasca. 

Lo sdegno non merita parole. Fra un Gesù morto e risorto, anche i nostri  politici pellegrini peregrini non perdono la loro vocazione: quella dell’apparire, non dell'”esserci”. 

A me piace ricordare Melissa, Veronica e le sue compagne con le parole di Ferruccio De Bortoli nel suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera:  Oggi sono tutte figlie nostre.
Melissa, un nome che l’Italia tutta, unita nel dolore, ha pronunciato sgomenta. Perché  “La vita non muore, Melissa continua a vivere”.


di Januaria Piromallo