Coldiretti c’informa – ma a dire il vero lo si sospettava già – che abbiamo una classe dirigente di nonni. E non poco: l’età media è 59 anni, la più alta tra tutti i Paesi europei. I dati che hanno occupato le pagine dei giornali nei giorni scorsi sono frutto di un’indagine commissionata all’Università della Calabria.

In particolare ci dice che: amministratori delegati e presidenti di banche hanno in media 67 anni, come i vescovi (!). Non va tanto meglio dalle parti di Palazzo Chigi: i tecnici si aggirano sui 64. I più giovani – Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griffi – hanno “solo” 57 anni, mentre il premier Mario Monti totalizza 69 primavere. Per dire: in Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50. Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti, cioè l’uomo più potente del mondo, a 48 anni.
 Tra i nostri parlamentari l’età media dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54. La politica non si sottrae affatto: i giovani protagonisti sono pochi e ormai nemmeno tanto ragazzini. Tipo Debora Serracchiani che ha 41 anni ma continua a essere salutata come una fanciullina. 

La gerontocrazia trionfa e basta guardare il telegiornale per farsi un’idea.

Qualcuno invoca un patto generazionale tra trenta-quarentenni per mandare in pensione i sessa-settantenni che fanno da tappo e restano caparbiamente – non senza una certa cattiveria – attaccati alla sedia. Qualcun altro sospetta che invece questa generazione sia destinata a saltare il turno e che sarà surclassata direttamente dai ventenni. C’è un discorso sul potere: importante in una prospettiva d’innovazione e di possibilità negate. Di chance di fare e dimostrare di saper fare. Di crescita: la generazione dei trentenni sembra al palo, condannata a essere una promessa mai mantenuta, portatrice di frustrazioni individuali e paralisi sociale. Poi per forza si grida al bamboccione eternamente adolescente.

Dietro tutto questo c’è un altro discorso, altrettanto importante, che riguarda la formazione e la trasmissione del sapere, attività che sembra oramai totalmente desueta. Ci sono sempre meno maestri, intesi come persone che si impegnano a tramandare competenze. A insegnare qualcosa e a lasciare, a un certo punto, che i discepoli prendano il volo. Magari facendolo addirittura con gioia, senza il rimorso di aver dato qualcosa senza ricevere nulla in cambio. Gratis, senza domandarsi: “Cosa ci guadagno io?”.

Forse è questo ego ingigantito che ha portato, nell’età dell’individualismo, i maestri all’estinzione. Si potrebbe obiettare che l’arroganza impedisce ai giovani, sempre più disabituati all’idea di autorità, di riconoscere e rispettare modelli. Però ci sono poche “autorità autorevoli” in giro e non è un gioco di parole. I maestri si occupano della costruzione di una società migliore dopo di loro: la loro scomparsa non è un orizzonte rassicurante. “Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro”, spiegava saggiamente Leonardo. Perché quell’avanzare, in fondo, non è altro che il progresso.

Ah, la ricerca, come spiegavamo, è stata commissionata da un’Università nostrana. Dove i professori universitari sono i più anziani del mondo industrializzato: 63 anni. Bel primato. Chissà quanti di loro hanno usato il computer nell’elaborazione dei dati (leggi pure: sanno farlo).

Il Fatto Quotidiano, 20 Maggio 2012