C’è una parte della mia inesausta attività di ufficio stampa da osteria – attività molto prossima al volontariato – che si appoggia su qualcosa di simile alla pubblicità comparativa. Voglio dire: a un certo punto siamo lì, davanti a contenitori di alcool di varia natura e bicchieri pieni, e si parla di libri. E il mio interlocutore, magari, mi nomina un romanzo che lo ha illuminato per i suoi contenuti, la sua saggezza, le sue belle frasette profonde.

Purtroppo, in genere, l’illuminante romanzo in questione – in my humble opinion – ha la stessa profondità e lo stesso livello culturale di un album di Puff Daddy. O Piff Diddy. Come si chiama.

A questo punto, anziché alzarmi in piedi e rovesciare bottiglie urlando: “Sei un lettore da centro commerciale, sei il più dozzinale dei lettori, sei un lettore da supermercato!”, faccio scattare la pubblicità comparativa.

Caspita, dico, hai ragione, non ci avevo pensato, è davvero bella la frase di questo tuo adorato scrittore, come hai detto che fa?, ah, sì, “scrivere è come mettere in fila tante luccicanti perline sul filo dei pensieri”, caspiterina, che profondità, ma ascolta questa, invece: è presa da un romanzo di Marco Rossari che si chiama L’unico scrittore buono è quello morto, edizioni e/o, ci sei? Senti: “C’era uno scrittore che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro.” Oppure quest’altra: “C’era uno scrittore che stroncava montagne e partoriva topolini.” Oppure: “C’era uno scrittore che decise di vivere recluso e non pubblicare più. Nessuno venne a cercarlo.”

L’interlocutore, ancora, secondo me, non si è convinto. Ma io insisto.

Accidenti, dico, anche quello scrittore sudamericano che ti piace tanto, mamma mia, che belle frasi che sa inanellare, cose da brividi, proprio, com’è quella sugli incipit?, ah, sì, “Iniziare un romanzo è come scalare le vette innevate del seno di una donna”, le vette innevate, nientemeno, bellissimo, guarda, ho la pelle d’oca, ma senti, a proposito di inizi di romanzo, Marco Rossari, in quel romanzo che ti dicevo prima, L’unico scrittore buono è quello morto, si immagina un certo scrittore che ha un incipit in mente, dice “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si risvegliò trasformato in un enorme insetto”. Allora posta l’incipit sul suo blog, all’indirizzo franzk.bloggyblog.com – l’hai capita o te la devo spiegare?-, e il giorno dopo trova tre commenti. Paperina scrive: czzta megagalattica! Cuorengrato67 scrive: nn so… non mi dice niente… ma non demordere! Keep up the good work! NaplexX scrive: Dai, non ti lamentare: ogni scaraffone è bello a mamma soja.

Sconfortato dai commenti, lo scrittore chiude il blog e cestina il suo incipit.

Hai capito?

Oh, poi ci sono tante altre cose in quel libro: c’è Tolstoj che deve parlare in radio del suo libro La sonata a Kreutzer, c’è Shakespeare che deve difendersi in un processo per plagio, c’è uno scrittore che si prepara a scrivere leggendo tutti i libri mai pubblicati e muore sulla tastiera prima ancora di iniziare il suo – avendo letto tutti i libri, proprio tutti, tranne il proprio -, c’è Mr.Marco che va a un poetry slam contro i poeti Fabrizio Filippini e Spacco il culo, c’è una San Francisco popolata dai sosia dei beat, e poi ci sono cose come “C’era uno scrittore che non riusciva a far passare una giornata senza scrivere un rigo. Il problema era che gli altri riuscivano a farne passare innumerevoli senza leggerlo.”

Capito?

Com’era invece quella storia delle vette innevate…?