Mercoledì sera nel programma di Fazio e Saviano Quello che (non) ho, Harry Wu ha spiegato il significato della parola LAOGAI  concludendo con la richiesta che tale termine non venga più pronunicato. Fra tutte è sicuramente la parola che nei tre giorni di programma mi è rimasta più impressa.

Harry Wu venne arrestato in Cina nel 1956 quando era studente universitario perché considerato cattolico e controrivoluzionario di destra, e fu poi detenuto dal 1960 al 1979  in dodici diversi campi Laogai dove fu costretto al lavoro forzato: ad estrarre carbone nelle miniere, costruire strade, lavorare la terra, e costretto alla ricerca di rane e serpenti che poi venivano serviti come pasti per i prigionieri. Molti quelli che tentarono frequentamente il suicidio. Lui compreso.

 I Laogai rappresentano dunque un processo di riforma attraverso il lavoro per coloro considerati  criminali e controrivoluzionari. Gli ex prigionieri li definiscono dei campi di concentramento, dei gulag cinesi (anche se risulterebbe illegale chiamarli così) all’interno dei quali vengono applicati la rieducazione politica e religiosa, la tortura, la denutrizione, lo sfruttamento della manodopera, lo schiavismo. Il grado di mortalità dei prigionieri è altissimo. Per i  diritti umani qui non c’è spazio.

Wu sostiene che dal 1949 alla metà degli anni Ottanta si debbano contare almeno 50 milioni di prigionieri, e che il numero di prigionieri attuali si aggiri intorno agli 8 milioni. Sempre Wu, nel suo libro Laogai: the Chinese gulag elenca 990 campi, ipotizzando che il numero reale sia da 4 a 6 volte maggiore.

C’è anche un grande business che riguarda questi laogai: la conquista dei mercati stranieri. Mentre infatti, inizialmente, la produzione nei laogai consisteva in articoli destinati soprattutto al mercato interno, oggi vengono prodotti oggetti che coprono soprattutto  l’esportazione. Non a caso, secondo quanto riportato dal Laogai Research Foundation, di cui Wu ne è il fondatore, il costo del lavoro cinese rappresenta il 5% del costo del lavoro nell’Unione Europea. Inoltre affinchè questo sistema produttivo sia mantenuto, nel 2003 il Ministero della Giustizia Cinese ha elaborato una serie di leggi per aumentare le contribuzioni finanziarie e gli investimenti nei laogai.

 Ma ciò che più mi ha toccato della spiegazione di Wu è quando sul finale ha raccontato che molti di questi prigionieri vengono utilizzati come donatori di organi. Le accuse più gravi riguardano infatti l’espianto forzato di organi a persone mantenute in vita in attesa di una richiesta compatibile ed uccise durante o subito dopo gli interventi chirurgici. Sono dunque donatori involontari. Trovarne di volontari è molto difficile perchè nella cultura cinese non viene accettato il prelievo di organi dalle persone morte.

Quindi questi umani, vivi ma prigionieri, sono utilizzati per arricchire il business, ormai diffusissimo del traffico degli organi. In Cina, e non solo, è ormai in corso un vero e proprio “turismo dei trapianti”. I profitti sono altissimi. Molti sono gli europei che si recano in varie parti del mondo – in Cina, India, Nepal, Turchia, Brasile e in alcuni paesi africani – alla ricerca di un organo, alimentando questo traffico internazionale. Per chi è interessato all’argomento consiglio di vedere il bellissimo documentario di Roberto Orazi “H.O.T. Human Organ Traffic” .

L’altra sera mi è tornato allora in mente il mio viaggio in Tibet, quando partii speranzosa di vedere un paese affascinante e tornai invece delusa dalla totale eliminazione della cultura tibetana da parte dei cinesi. Dalla sensazione di essere tenuti costantemente sotto controllo all’interno dei monasteri da telecamere e guardie-spie, dove non era possibile nemmeno nominare il Dalai Lama. Tutto era vietato. Non vi era libertà. Non c’era spazio per i diritti.

E mi vengono in mente alcune parole della chiacchierata di Tiziano Terzani con suo figlio Folco nel libro La fine è il mio inizio, in cui il “babbo” racconta la sua visione della Cina: “Se l’uomo non cambia, se l’uomo non fa questo salto di qualità, se l’uomo non rinuncia alla violenza, al dominio della materia, al profitto, all’interesse, tutto si ripete, si ripete, si ripete”.

 Ed è così, infatti. I diritti umani continuano ad essere violati, in favore di qualche credo ideologico o di qualche interesse da cui se ne trae profitto. Tutto diventa business e spazio per la libertà di pensiero, di credo, o di altro, non ce ne è.

Difficile oggi sentirsi liberi.