Un piccolo alla corte dei Grandi. Ed è il guastafeste di turno: altro che convitato di pietra. La Grecia diventa protagonista al Vertice del G8 di Camp David, dove i leader discutono su come uscire dalla crisi economica. L’emergenza dei conti di Atene e il rischio di un effetto domino su altri Paesi, che comprometta la stabilità dell’euro e l’assetto della finanza internazionale, aleggiano sulla riunione. E a dare al Vertice un’atmosfera un po’ surreale contribuiscono due “fughe di notizie” che sono altrettanti “incidenti di percorso”.

Il Times di Londra scrive che De La Rue, l’azienda britannica che produce banconote per oltre 150 Paesi del mondo, si sta preparando a ristampare dracme: la società, che stampa pure le sterline e l’euro, avrebbe avviato la valutazione degli eventuali rischi per una nuova moneta e starebbe recuperando una collezione di matrici di rame per la filigrana, da utilizzare nel caso in cui la Grecia dovesse uscire dall’euro e ritornare alla vecchia divisa. 
E, a Bruxelles, il commissario europeo Karel De Gucht, belga, responsabile del Commercio internazionale, rivela l’esistenza di un piano B della Commissione europea in caso che Atene abbandoni l’euro. De Gucht viene zittito (“Taci!, tu che c’entri?”) e sommerso dalle smentite: Olli Rehn, responsabile dell’Economia, finlandese, nega che l’esecutivo della Ue stia lavorando a uno scenario del genere e assicura che, anzi, tutti stanno dandosi da fare perché Atene resti nella Ue e nell’euro. 

In realtà, hanno ragione entrambi i commissari e pure il Times. L’Unione europea non vuole che la Grecia molli, ma, nel contempo, sarebbe assurdo che non studiasse le conseguenze di un’eventualità del genere sia come deterrente (“Guardate, greci, che cosa succederebbe”) sia come scialuppa di salvataggio. Il mix di indiscrezioni di stampa e sviluppi sul terreno, con la Grecia che si ritrova in campagna elettorale, proprio quando s’insedia il nuovo Parlamento, produce l’ennesima giornata di alta tensione sui mercati, con le Borse che chiudono in calo e lo spread che resta lì a 438.

La cancelliera tedesca Angela Merkel chiama il presidente greco Karolos Papoulias, per capire come stanno le cose, ma la telefonata da Berlino non basta di certo a rassicurare i cittadini ellenici che continuano a ritirare i soldi dalle banche – e lo fanno pure gli spagnoli –. Del resto, la linea della Merkel, sostanzialmente coincidente, almeno nelle prese di posizione ufficiali, con quella dei partner, è chiara: “Vogliamo che la Grecia resti nell’Ue e nell’euro, ma Atene deve prima fare la sua parte”. La Merkel e Monti, Cameron e Hollande vi hanno convenuto in video-conferenza, giovedì sera, prima di partire per Camp David. Dove, al presidente Obama, che lo chiede esplicitamente, dicono che il loro credo è coniugare il rigore con la crescita. Sarà il Professore a spiegarlo, aprendo, su invito del presidente americano, la sessione di lavoro sull’economia.

Il premier italiano arriva a Camp David con il biglietto da visita ‘rooseveltiano’ del piano di lavori pubblici da 100 miliardi di euro e 400 mila posti di lavoro varato ieri: il ministro Passera ci crede (“Tutti cantieri che possono essere aperti presto”), i sindacati un po’ meno (e parlano del 2015). Ma la mossa autorizza Monti a dire che l’Italia ha le carte in regola per chiedere più crescita a livello mondiale ed europeo e anche per mantenere gli equilibri di bilancio. Il Vertice (si parlerà pure di Siria e di Afghanistan ), sarà un successo: Obama si gioca la carta dei Grandi anche in chiave elettorale e non vuole screzi. Ma, concretamente, questo G8, svuotato di contenuti dal G20, a sua volta privo di poteri, potrà fare ben poco. Gli europei, però, possono ripartire da Camp David con un piano di lavoro “avallato” dal presidente Usa: avranno un mese, di qui al Vertice europeo di fine giugno, per impostare una strategia della crescita senza rinnegare il rigore.

Ne parleranno, a 27, già nella cena di lavoro del 23 maggio. La Germania è la guardiana del rigore, ma sottoscrive che rigore e crescita “sono entrambi necessari”. E Cameron, inopinatamente, rivendica il diritto di Londra a dire la sua sulla situazione dell’euro e brandisce gli eurobonds: “O l’Europa si dota di un’efficace firewall, banche regolamentate e ben capitalizzate, un sistema di condivisione del peso del debito e una politica monetaria a sostegno, o ci troveremo in territori inesplorati che pongono rischi per tutti”. Italia e Francia appaiono molto vicine sulla necessità di integrare il Patto di Bilancio, stabilendo che gli investimenti non vanno computati nel calcolo del deficit di bilancio. Nel pacchetto, probabilmente, verranno inseriti altri due punti: il potenziamento del ruolo della Banca europea per gli investimenti e l’introduzione dello strumento dei ‘project bonds’, obbligazioni europee legate a singoli progetti. Sempre che Berlino ci stia.

Il Fatto Quotidiano, 19 Maggio 2012