Adesso che lo hanno arrestato, i giornali scrivono che è un broker. Anzi no, peggio: un faccendiere. Di sicuro Alessandro Jelmoni, da tre giorni in carcere per una presunta frode fiscale da 200 milioni di euro, è stato per molti anni un professionista assai richiesto (e apprezzato) da decine di imprenditori del Nord Italia. Lo troviamo, per dire, tra gli amministratori della holding che controlla la Rmj, una società di gestione di fondi d’investimento con base nella centralissima via Brera a Milano.

Veneto di nascita, domicilio dichiarato a Montecarlo, Jelmoni, classe 1967, è un tecnico della finanza offshore. Il suo nome compare in decine di società con base in Lussemburgo. Una di queste gli è costata l’arresto. Si chiama Giacomini trust ed è controllata dagli omonimi imprenditori piemontesi. Giunti alla terza generazione di industriali, i Giacomini cercano da anni di regolare i conti in famiglia, popolata da un piccolo esercito di nonni, zii, nipoti, cugini e fratelli. Un incubo, costellato di vertenze legali e giochi di sponda finanziari tra l’Italia e il Lussemburgo. All’ennesimo giro di giostra è arrivata l’Agenzia delle Entrate che ha chiesto conto ai Giacomini di quei passaggi di denaro, quasi 200 milioni di euro. Poi è arrivata anche la Procura di Verbania che alcuni mesi fa ha aperto un’inchiesta penale con una ventina di indagati per frode fiscale e riciclaggio. Oltre a Jelmoni, sono finiti in carcere anche Corrado ed Elena Giacomini, due dei tre figli di Alberto Giacomini, 84 anni, fondatore e presidente onorario dell’azienda piemontese con base a San Maurizio d’Opaglio sulla sponda del lago d’Orta. Per mettere ordine nel gruppo e chiudere le questioni di famiglia, i Giacomini avevano chiesto consiglio ad Andrea Zoppini, l’avvocato romano chiamato da Monti al governo come sottosegretario alla Giustizia. Solo che, accusano i pm, metà della parcella da 1,7 milioni è stata incassata in nero su un conto estero. Raggiunto da un avviso di garanzia, martedì scorso Zoppini ha dato le dimissioni da sottosegretario.

Nasce da qui il clamore mediatico su una vicenda che però potrebbe riservare altre clamorose sorprese. Jelmoni, infatti, è un professionista che conosce i dettagli di innumerevoli operazioni riservate. Negli anni scorsi ha creato in Lussemburgo una miriade di società. Qualche nome? Nevis, Nabu, Moise, Mag, Media marketing, Sife, Logan, Siferr, Server. Ognuna di queste sigle rimanda con ogni probabilità a soggetti italiani. Il gioco è sempre lo stesso. L’imprenditore nostrano sposta il controllo dell’azienda sotto l’ombrello di una holding lussemburghese. Grazie a questa piattaforma offshore le tasse diventano un optional. Si può trafficare con tutto il mondo, fare profitti a palate presentando bilanci all’acqua di rose. E le aliquote fiscali sono ridotte all’osso. I Giacomini, con l’aiuto di Jelmoni, avevano fatto un doppio salto mortale. La loro società in Lussemburgo era controllata da un trust di Jersey. A un certo punto, quando due rami della famiglia si sono fatti da parte lasciando via libera al fondatore Alberto e ai suoi figli (Corrado, Elena e Andrea), gli assetti di controllo del gruppo sono stati rivoluzionati.

Tra il 2008 e il 2009 è partita una raffica di fusioni e scissioni. Alla fine la Giacomini spa, cioè il cuore produttivo con un migliaio di dipendenti e 200 milioni di fatturato, si è trovata con un debito di circa 120 milioni con la Giacomini trust del Lussemburgo. Come nasce questo debito? Semplice: l’azienda produttiva si è comprata dalla sua holding in Lussemburgo una società immobiliare, anche questa lussemburghese, proprietaria di terreni a Tenerife alle Canarie. Prezzo: 116 milioni. Ruota attorno a questa operazione l’inchiesta della Guardia di Finanza. Un’inchiesta che ha preso velocità grazie anche alle denunce di Andrea Giacomini, il quale ormai da mesi era finito in rotta di collisione con i suoi fratelli Corrado ed Elena. Parenti serpenti. E i Giacomini sono finiti nei guai.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 maggio 2012