Forse per Matteo Garrone il primo di tutti i reality è la famiglia. Forse perché lui non lo dice, ma il film non dissimula: Luciano (il detenuto Aniello Arena, attore teatrale alla prima, strepitosa prova sul grande schermo), un pescivendolo e piccolo truffatore napoletano, sogna il reality con la maiuscola, la Casa, il Grande Fratello, ma già lo vive in un’altra casa, la sua. E neanche troppo suo malgrado: e lo stesso vale per noi, per tutti noi. Dunque, Matteo Garrone porta Reality a Cannes, e dal 28 settembre in sala con Fandango, e porta sulla Croisette anche l’Italia e l’Occidente abbacinati dal “facile” successo promesso dalla tv.

Per alcuni è un film poco politico, per altri troppo, la verità sta nel mezzo: che cosa non è politico, in effetti? Eppure, Reality non ha la patina seriosa del cinema di denuncia, né fa dell’impegno il tappeto sotto cui nascondere la polvere del brutto cinema: non é il suo film migliore, la sceneggiatura nel mezzo denuncia secche e iterazioni, ma per “superare l’impasse e l’ansia da prestazione dopo Gomorra” (ipse dixit) basta e avanza. Si apre con un suggestivo, indelebile traveling aereo che tallona sempre più da vicino un cocchio che porta due sposi verso una fabbrica di matrimoni (già inquadrata da Garrone in Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni nel doc napoletano del ’98): coppie una dopo l’altra, in rigorosa catena di montaggio, con un ex del GF a fare da guest star. E’ l’inizio ed è anche la fine dell’odissea catodica di Luciano, che se prima si travestiva ed esibiva per parenti e amici, poi non gli basta più: vuole il GF, e il sogno passa dal provino e si trasforma in attesa ossessiva, follia progressiva, annichilimento. Regala i mobili ai poveri, Luciano, si sente osservato perfino da un Grillo Muto per conto della produzione del GF, e mentre si ritira in se stesso, nel tubo catodico della trasmissione privata e malata che ha in testa, la moglie se ne va, e lo sgabuzzino diviene buono per un improvvisato confessionale.

E’ forse l’oppio dei poveri il GF? Chissà, ma di certo rende ancora più poveri e spiantati nei sogni irrealizzabili: Luciano pare rinsavire quando si getta su un altro oppio (almeno pare questo il passaggio), ovvero il volontariato per conto Chiesa. Va perfino a Roma alla Via Crucis del Papa, ma il Colosseo non era quello di panem et circenses? Lo è ancora: Luciano, suggerisce Garrone, “è come un ubriaco a una festa alcoolica”. Ovvero, la Casa è più vicina… Il regista cita Lo sceicco bianco di Fellini (su input del compositore Alexandre Desplat), ma anche L’oro di Napoli e Matrimonio all’italiana: siamo in commedia, è vero, ma amara, se non agghiacciante. E siamo in commedia non solo nel film, ma nella nostra vita, quando la vorremmo più ricca del vero: non è questa, in fondo, l’illusione di ogni reality?