Ho molto pensato a quale potesse essere il tema del mio primo post su queste pagine. Doveva essere fortemente simbolico. Dovevo raccontare di una storia a me vicina. Allora ho capito che dovevo iniziare senza dubbio dalla storia di un ragazzo, o di una ragazza. Una che all’epoca in cui questa storia è ambientata aveva, quasi, l’età che ho io ora.

Si parla molto del ventennale delle stragi di via Capaci e via D’Amelio; si parla molto dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Meno si parla, meno si parlerà, delle altre vittime: la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E poi le vittime di via D’Amelio: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. E lei: Emanuela Loi. La prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio. Venticinque anni. Capelli ricci.

Perché sei lì, Emanuela?

Per assecondare quale Storia, per servire quale Italia, quale Stato? Quello che quest’anno ha svelato un po’ di sé stesso, quando in un noto albergo di Milano il socialista Mario Chiesa si è fatto cogliere sul fatto mentre incassava una tangente di sette milioni? Quello in cui il pluripresidente del Consiglio Giulio Andreotti avrà rapporti organici (fino al 1980…: qui la sentenza) con la più grande organizzazione criminale, ossia Cosa Nostra, quella Cosa Nostra che, ora che tu sei lì, a Palermo – città che ti frusta, ti scaglia addosso tutte le ire accumulate sin dai tempi di Placido Rizzotto, città da cui tu ti distanzi semplicemente comprando una macchina targata Cagliari – ti sfiora ogni giorno col suo alito, ti guarda dall’alto come solo gli dei?

Non voleva essere lì, Emanuela Loi. E non doveva.

Non voleva fare neanche la poliziotta. Poi, nel 1988, per seguire l’aspirazione di sua sorella Claudia, ci provò. E venne presa.

Due anni dopo fu trasferita a Palermo.

Non era questa la sua città.

Lei voleva stare in Sardegna.

Lì c’era il suo uomo. Quest’anno si sarebbero sposati.

Poi ne sono successe di cose. È successo quello che è successo, in via Capaci, il 23 maggio 1992. È successo che allora hanno ampliato la scorta a Paolo Borsellino. E quindi Emanuela è entrata a far parte della squadra Scorte.

Quando il giudice l’ha vista ha detto: «E tu dovresti difendere me?». E le ha fatto un sorriso.

Lei ha avuto paura. Ha sognato di avere il trasferimento. Non l’ha avuto.

E allora poi sono passati giorni. A metà luglio si è ammalata. Un po’ di influenza, niente di grave. È stata a Sestu, in provincia di Cagliari, dai suoi genitori. Sabato 18 luglio è ripartita per Palermo. Sua madre le ha detto: «Ma no, ma stai un altro giorno qui, riparti domani sera». Riparti domani sera: riparti la sera del 19 luglio del 1992.

E invece no. È partita il 18, Emanuela.

È l’estate in cui i juke box danno «Mare, mare» di Luca Carboni. È l’estate di «Non m’annoio» di un giovane rapper che si fa chiamare Jovanotti. È l’estate di «Hanno ucciso l’uomo ragno» di una nuova band, gli 883.

È l’estate più cruenta degli ultimi vent’anni di Italia.

Alle ore 16.58 sei lì, Emanuela. In Via D’Amelio.

Non dovevi essere lì. Potevi non essere lì, a Palermo. Quella Palermo, che lo scrittore Vincenzo Consolo aveva descritto in Le pietre di Pantalica, solo quattro anni prima, come «una città-mattatoio, dove il sangue degli uccisi arrossa ogni giorno le sue strade, attira mugoli di mosche, vespe, come i liquami delle fogne scoperte, le immondizie nei letamai dei giardini attirano masse di topi».

Sono le ore 16.58, Emanuela. E sei lì, in via D’amelio.

Emanuela. Quello era il tempo in cui il cielo aveva già deciso: non c’era più tempo.

Le notizie su Emanuela Loi sono tratte da La ragazza poliziotto, storia di Emanuela di Francesco Massaro (Arbor, Palermo 1994)