Dopo le elezioni amministrative in Italia (e quelle in Grecia) prende corpo la fase conclusiva di un cataclisma di cui il ceto politico, come gli equini prima del terremoto, percepisce le oscure vibrazioni, senza però riuscirne a cogliere la magnitudine. Della parabola di questa casta, sia di governo che di opposizione (più o meno posticcia) si sta scrivendo l’epilogo. La Seconda Repubblica ha esaurito la propria spinta repulsiva esattamente per le stesse ragioni che decretarono lo sfarinamento della Prima: si sono prosciugate le risorse prese copiosamente a prestito per tenere in piedi il sistema di corruttele, sprechi, ricatti e complicità, in cui e stata cooptata anche la Lega con il compito di imbonire i poveretti di corna vestiti.

Le esequie in terra sconsacrata delle salme dei PD, con e senza la L, (il terzo po(l)lo è già stato spennato) avverranno al compimento di un processo che può sfociare in due esiti alternativi:
1) Monti riesce a rimettere in carreggiata il treno deragliato dell’economia italiana con una terapia d’urto; a quel punto acquisisce un capitale politico che ne fa il naturale catalizzatore dell’elettorato moderato, in grado di attirare anche frange anti-berlusconiane a cui il PD va stretto da sempre;
2) A Monti sfugge il bandolo della matassa, la crisi economica si avvita verso esiti tragici tra recessione e inasprimenti fiscali e la casta finisce come Papandreu sotto i colpi del voto di rottura al Movimento 5 Stelle, alla galassia di sinistre extra PD, e chissà quale Alba Dorata (o tragica) potrebbe sorgere sullo Stivale.

Il primo esito, che sembrava a portata di mano a dicembre, è sempre più evanescente perché Monti (e Napolitano) non hanno avuto il coraggio di operare una rottura drastica optando invece per una strategia “gorbacioviana” tesa a preservare la Repubblica del Bunga Bunga purgandola di Berlusconi (e Tremonti). Il governo avrebbe dovuto aggredire i nodi strutturali mettendo il Parlamento di fronte all’alternativa di ingoiare le riforme strutturali o di assumersi il rischio di elezioni anticipate (e la perdita della pensione). Invece Monti si è baloccato nell’aspettativa (esattamente la stessa nutrita da Tremonti) che le castagne dal fuoco gliele avrebbe tolte in qualche modo l’Unione Europea e nell’illusione di poter ottenere il consenso entusiasta di ABC alla loro sepoltura politica.

Per un po’ di tempo le operazioni di rifinanziamento della Bce hanno cullato beatamente i sogni. Brusco è arrivato il risveglio con le rinnovate bordate sugli spread e il boom di Grillo (che non desta Morfeo). I vacui boatos contro i demagoghi in tandem con le reazioni stizzite del Premier alle critiche sacrosante sulla crescita e la politica fiscale demenziale, sono sintomatiche del nervo scoperto e al contempo sanzionano la fine del gorbaciovismo di rito quirinalizio. Il tempo vanamente dedicato a questa strategia del “tirare a crepare” con un filotto di fiaschi su liberalizzazioni, semplificazioni e diritto del lavoro, ha dilapidato quel poco di credibilità ottenuta con i provvedimenti di emergenza sulle pensioni.

Recuperare il tempo perduto sarà impresa ardua non fosse altro perché le elezioni in Francia ed in Grecia, contrariamente a quanto speravano i chierici dello status quo, hanno mandato in frantumi un vaso di Pandora globale. La Grecia è di fatto ingovernabile, mentre Hollande si dovrà barcamenare per mesi tra promesse elettorali (per le quali non ci sono soldi) e risparmiatori con poca voglia di rischiare sulla roulette dell’Eliseo. La Grecia è a un passo da una catastrofica uscita dell’euro e la Spagna sarà a breve costretta a ricorrere al sostegno dei vari programmi del Fmi e della Eu. Difficile pensare che l’Italia non risentirà di questi sconvolgimenti.

Invece di allontanare il calice amaro porgendolo a un Bondi senza poteri e senza risorse, Monti farebbe meglio a liberarsi di cinque o sei pesi morti tra i suoi ministri, nominando un Ministro dell’Economia competente con il mandato di prosciugare la palude del parassitismo, di centralizzare la spesa delle regioni (specie quella sanitaria), di eliminare la vergogna dei debiti dello Stato non pagati alle imprese, e di ridurre la manomorta pubblica che alimenta i meccanismi opachi del consenso. Un dato, non a caso molto trascurato, fornisce al governo copertura politica: i referendum in Sardegna hanno lanciato un segnale senza ambiguità contro le degenerazioni della spesa pubblica. Lo coglierà questo governo di trote con ubbie da tecnici?