Bisognerà attendere ancora alcune ore per sapere se Calisto Tanzi, ex re della Parmalat, condannato per il crac dell’azienda di Collecchio che mise in ginocchio decine di migliaia di piccoli risparmiatori, potrà tornare a casa, così come chiesto dai suoi legali. Questa mattina Tanzi, 76 anni, ha lasciato il reparto detenuti dell’ospedale Maggiore di Parma dove attualmente è ricoverato, per essere accompagnato dagli agenti di polizia penitenziaria a Bologna, dove ha assistito all’udienza per la concessione degli arresti domiciliari.  “Il tribunale si è riservato la decisione, che potrebbe arrivare stasera o nel giro di qualche giorno” ha detto il legale dell’ex cavaliere, Giampiero Biancolella, presente insieme al collega Fabio Belloni. Il 23 aprile scorso, nell’appello per il crac del gruppo che guidava, Tanzi era stato condannato a 17 anni e 10 mesi e quello presentato stamane dai legali Biancolella, Sgubbi e Belloni è il terzo ricorso per chiederne la scarcerazione. 

 “Abbiamo discusso la nostra richiesta e a nostro giudizio ci sono tutti gli elementi per poter accogliere la detenzione domiciliare, aspettiamo che il Tribunale decida”, ha spiegato l’avvocato Biancolella ai cronisti al termine dell’udienza durata circa un’ora e tenutasi a porte chiuse. “Oggi abbiamo presentato la nostra relazione medica, con la relazione degli educatori sul percorso seguito da Tanzi circa l’aspetto dell’accettazione della condanna che lo Stato gli ha inflitto”. In aula l’ex patron della Parmalat avrebbe fatto alcune dichiarazioni relative al “pentimento e dolore” nei confronti di coloro che sono stati danneggiati. “Ora il primo obiettivo – aggiunge Biancolella- è rassicurarlo. Questa è la nostra unica preoccupazione, dal momento che siamo di fronte a una situazione salvavita”. Rispetto all’ultima uscita, oggi Tanzi è apparso ancora visibilmente debole e dimagrito, ma senza il sondino neo-gastrico. “Un fuscello di vento di appena 40 chili” lo ha descritto l’avvocato. 

Tanzi – che dal 2003 vive in bilico tra carcere e arresti nella sua casa – era chiuso nella sezione medica del carcere di Parma, monitorizzato giorno e notte. Ma l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche (ha problemi al cuore) ha imposto il trasferimento all’ospedale di Parma.

L’ex patron della Parmalat ha una condanna definitiva per aggiotaggio: la Cassazione, lo scorso maggio, ha ricalcolato, un po’ al ribasso, l’iniziale condanna di secondo grado a 10 anni di reclusione per portarla a 8 anni e 1 mese a seguito della prescrizione di alcuni episodi di false informazioni al mercato. Sono stati dichiarati prescritti, per Tanzi, i reati fino al 18 giugno 2003. Una condanna che però non gli ha permesso di evitare il carcere. A questa, tra i tribunali di Milano, Parma e Bologna,  si sono accumulate altre condanne nel corso dei mesi.

Ma c’è un particolare che fino a oggi ha imposto ai giudici di tenere Tanzi in carcere e non concedergli i domiciliari come i suoi legali chiedevano: Tanzi, nonostante fosse a casa agli arresti, negli ultimi anni, si ostinava a fare l’imprenditore, nonostante la legge non glielo permettesse:  ha continuato a svolgere attività di impresa nonostante il crac del 2003 da 14 miliardi. Non solo. Cercava di intercedere per le nomine bancarie. Insomma, pretendeva di continuare a fare tutto quello che faceva prima del 2003.  Lo ha scoperto la Procura di Parma nel corso delle indagini sul cosiddetto tesoro d’arte dell’ex patron.

“Quando abbiamo attivato le intercettazioni sui personaggi principali di questa vicenda – ha spiegato il procuratore Gerardo Laguardia – ci siamo resi conto che Calisto Tanzi ha continuato a gestire una società uti dominus, cioè da imprenditore vero e proprio anche se non ne aveva apertamente la titolarità”.

La società si chiama The Original American Backery Srl, si trova a Parma in Strada Martinella e, già qualche tempo fa, la notizia era stata riferita dal fattoquotidiano.it. The Original American Backery Srl stando agli accertamenti della procura, è riconducibile ad Anita Chiesi, moglie di Tanzi, e a un imprenditore napoletano, Catone Castrense, il cui padre è da anni amico dell’ex patron. Chiesi e Castrense gestivano la società dolciaria attraverso delle fiduciarie.

Per il procuratore Tanzi ne ha avuto fino al giorno delle manette (scattate i primi di maggio) la “gestione integrale”, ne ha curato i “rapporti con la grande distribuzione”, “le politiche produttive” e “le vendite”.