Mancano pochi giorni all’Ipo (offerta pubblica iniziale) in borsa del mega-social network creato da Zuckerberg. All’evento sono dedicate centinaia di pagine (cartacee e digitali) in tutto il mondo. Le discussioni, in prevalenza, riguardano il funzionamento economico di Facebook e i meccanismi che permettono la “creazione” di una ricchezza senza precedenti attraverso delle semplici “amicizie”. Tutti, però, sottintendono l’idea che la creatura di Zuckerberg rischi di deludere le aspettative e che generi una “bolla” provocata dalla super-valutazione della società. Di mio, non ne sono così convinto.

Vero: c’è una buona parte di eccesso di entusiasmo nei confronti di Facebook. Ma ci sono due buoni motivi per cui Facebook non sarà un fuoco di paglia. Il primo è legato a una carenza di oggettività nel valutare l’efficacia del mezzo. Facebook vive (anche) di pubblicità e in questo settore il social network è il mezzo più in voga del momento. Tutti vogliono e devono essere su Facebook, poco importa che il mezzo sia efficace o meno. Una qualsiasi azienda che vuole investire in pubblicità si aspetta che la società di marketing a cui si rivolge gli proponga di investire nel super social network di Zuckerberg. Visto che il motto per cui “il cliente ha sempre ragione” è sempre valido, nei prossimi mesi (o anni) gli investimenti su Facebook non mancheranno.

Il secondo motivo è legato all’efficacia della pubblicità sul social network. Nelle tante analisi pubblicate sui giornali, si parla in maniera ossessiva dell’efficacia della “pubblicità su misura”. Sarà anche vero, ma il concetto di profilazione e di invio di messaggi pubblicitari legati agli interessi degli utenti non l’ha inventato Zuckerberg. Il vero “big boss” in questo campo è Google, e non da oggi: sono ormai anni che il colosso di Mountain View offre questo servizio ai suoi inserzionisti. Considerando che Google ha un (quasi) monopolio sulle ricerche in Internet, l’efficacia del suo advertising dovrebbe essere anche superiore.

Ciò che offre un enorme vantaggio a Facebook si potrebbe chiamare “effetto portale”. Ai tempi della prima bolla speculativa della Net-economy, i portali andavano di moda. L’idea era quella del “sito trita-tutto” a cui l’utente si collegava per fare qualsiasi cosa: dal controllo dell’email alla lettura delle notizie. Il sistema ha funzionato per un po’, soprattutto grazie a un pizzico di malizia. Ai tempi delle connessioni analogiche (qualcuno ricorda i modem 56K che “cantavano” prima di collegarsi?) i software per la configurazione della connessione impostavano il sito-portale del provider come home page predefinita. Visto che molti utenti non sapevano nemmeno come cambiarla, il traffico sui portaloni era garantito. Anche l’email giocava il suo ruolo. Pochissimi, infatti, utilizzavano un servizio email gratuito diverso da quello offerto dal loro provider, e il passaggio dal sito-portale era obbligato.

Poi, il web si è evoluto e i portali si sono pressoché estinti. Fino a Facebook. Oggi esiste un esercito di nuovi utenti che utilizzano Internet principalmente o esclusivamente attraverso Facebook. Il social network è diventato il punto di accesso principale a qualsiasi informazione, lo strumento principe per comunicare con amici e colleghi, addirittura (anche se in fieri) un mezzo per fare e-commerce. La causa di questo accentramento è semplice: per inviare email, chattare, tenere sotto controllo le notizie, acquistare e giocare online sarebbe normalmente necessario usare piattaforme, siti Internet e software diversi. Ognuno con le sue regole, le sue peculiarità e magari logiche di utilizzo diverse. Insomma: una faticaccia. Con Facebook, l’ambiente è unico. Tutto risulta più facile da usare e più immediato da comprendere. Facebook è diventato una sorta di “rete dentro la rete” dalla quale molti non sentono nemmeno il bisogno di uscire, con l’effetto collaterale di ristagnare in orizzonti ben più stretti di quelli del World Wide Web. Ma questo, per Wall Street, è solo valore aggiunto.