L’Unione europea, per la prima volta dal 2008, anno d’inizio della missione navale “Atalanta” nel Corno d’Africa ha attaccato le basi dei pirati sulla costa somala con un bombardamento aereo. Lo ha reso noto il comando militare, secondo il quale l’operazione è stata condotta d’accordo con il governo transitorio somalo, in seguito alle decisioni del Consiglio Ue del 23 marzo scorso e in linea con la risoluzione 1851 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

“Nessun somalo è stato ferito e tutti i mezzi sono rientrati senza danni” ha scritto il comando della missione. L’operazione – compiuta solo con mezzi aerei – è stata definita “mirata, precisa e proporzionata” allo scopo di “distruggere equipaggiamento dei pirati”. E viene precisato che “in nessun momento” alcun militare ha messo piede sul suolo somalo. “Crediamo che questa azione della forza navale europea aumenterà ulteriormente la pressione sui pirati e interferirà con i loro sforzi di prendere il mare per attaccare navi mercantili” ha dichiarato il contrammiraglio Duncan Potts, capo della missione.

“La gente somala locale ed i pescatori, molti dei quali hanno sofferto molto a causa della pirateria – ha aggiunto Potts – possono sentirsi rassicurati perchè il nostro obiettivo è stato sulle note linee di rifornimento dei pirati e così sarà anche in futuro”. L’attacco delle basi a terra, che segnala un cambiamento di strategia della missione, è – secondo il contrammiraglio – “nient’altro che una estensione dell’azione di contrasto della pirateria in mare”. La missione Atalanta attualmente è dotata di nove navi da guerra e di cinque aerei da ricognizione navale. Secondo la nota del comando, che ha sede a Northwood nel Middlesex britannico, il raggio d’azione dei pirati è particolarmente vasto: “Hanno attaccato navi mercantili fino a 1.750 miglia dalla costa somala. Impedire loro di uscire in mare è un passo cruciale per combattere la loro impunità a terra e per assicurare il successo delle operazioni anti-pirateria”. Negli ultimi anni sono stati moltissimi gli attacchi dei pirati alle imbarcazioni e durante i raid sono state sequestrate navi italiane.

L’ultima, in ordine di tempo, la petroliera Enrico Ievoli, rilasciata lo scorso 23 aprile dopo il pagamento di un riscatto. Secondo il sito Somalia Report, i pirati che avevano sequestrato la Ievoli hanno ricevuto 9 milioni di dollari, ma un’altra fonte, italiana, sostiene che i milioni sono in realtà dieci: uno versato sulla costa e 9 paracadutati a bordo della nave, e spartiti tra i pirati sotto gli occhi del comandante della Ievoli.

Cosa siano le “basi” attaccate oggi dall’Ue lo ha spiegato il capitano Giorgio Colaci, del Ros dei carabinieri, incaricato delle indagini nel caso della Montecristo, la nave italiana abbordata dai pirati il 10 ottobre del 2011. «Non sono veri e propri porti, ma strutture a terra, baracche, magazzini, tende, che servono ai pirati come punto d’appoggio logistico per la gestione dei sequestri», ha detto Colaci durante la testimonianza resa oggi a Roma, nell’aula bunker di Rebibbia, per la seconda udienza del processo contro i presunti pirati che hanno abbordato e tentato di sequestrare la Montecristo. Davanti alla Corte d’assise, oggi hanno testimoniato anche Domenico Guglielmi, comandante della Andrea Doria, la nave della Marina militare italiana che a ottobre dello scorso anno pattugliava le coste somale nell’ambito della missione Nato Ocean Shield, e Stefano Mariotti, che ha raccontato il momenti più drammatici dell’abbordaggio e del tentato sequestro: «Erano le 8 del mattino del 10 ottobre quando sono arrivato in plancia per iniziare il mio turno – ha raccontato Mariotti – E a poppavia già si vedeva il motoscafo dei pirati che ci stava inseguendo». Meno di un’ora dopo, i pirati sono riusciti a raggiungere la Montecristo e a salire a bordo, non prima di aver sparato contro la nave alcune raffiche di kalashnikov e un paio di razzi rpg: «Il primo razzo ha colpito il fumaiolo della nave – ha ricordato Mariotti – Quando abbiamo visto che ricaricavano l’Rpg ci siamo spostati tutti nella cittadella. Pochi secondi dopo abbiamo sentito l’esplosione del razzo che aveva colpito la plancia di comando».

Da quel momento, per l’equipaggio della Montecristo è iniziata una lotta di nervi. Riparati nella cittadella, i marittimi sono riusciti a impedire che i pirati prendessero il controllo della nave. «Abbiamo manovrato con il timone di emergenza – ha raccontato Mariotti – e per due volte siamo riusciti ad accendere i motori che i pirati avevano spento per impedirci di fare rotta verso il quadrante dove sapevamo che c’erano le navi militari». Dandosi il cambio di vedetta nel fumaiolo della nave, i marittimi sono riusciti ad appendere all’esterno dei cartelli per comunicare ad eventuali soccorritori che l’equipaggio era al sicuro nella cittadella blindata. Per più di 24 ore, chiusi nella cittadella vicina alla sala macchine, hanno sperato che arrivassero i soccorsi, apparsi prima con i colori di una nave da guerra statunitense e poi con quelli della HMS Fort Victoria, una nave britannica da cui, 30 ore dopo l’abbordaggio, sono partiti i Royal Marines che hanno fermato i pirati prima che potessero dirigere la Montecristo verso uno di quegli approdi, come Grisby o Garacad, nella stessa regione della Somalia dove si trova Haradhere, l’area colpita dai caccia dell’Ue.

di Joseph Zarlingo