Se hanno ragione loro il momento della verità per l’Europa è davvero vicino, questione di mesi se non di settimane. Alcuni importanti hedge fund hanno infatti cominciato a piazzare le loro puntate miliardarie scommettendo su un veloce deterioramento della situazione economica del Vecchio Continente. La novità è che nel mirino dei fondi speculativi non ci sono più solo i soliti noti ossia Grecia, Spagna, Italia e Portogallo ma anche i titoli di stato di Olanda e Germania, fino a ieri considerati inattaccabili.

La parola magica che sta eccitando gli animi degli investitori più spregiudicati è “mispriced”, ossia dal prezzo sbagliato. Per farla semplice i valori dei bund o dei loro equivalenti olandesi e francesi sarebbero troppo alti e non terrebbero conto in maniera adeguata del fatto che ormai in Europa nessun paese è più del tutto al sicuro. Se ci sono errori di prezzi ci sono automaticamente possibilità di guadagno specie per chi è in grado di muovere miliardi di euro. Tra i finanzieri che fiutano aria di profitti compare anche John Paulson, divenuto una celebrità per aver previsto il crollo dei mutui subprime guadagnando in un solo anno 15 miliardi di dollari (la vicenda è raccontata nel libro “The greatest trade ever”, ndr).

Secondo il Financial Times, Paulson avrebbe avvisato gli investitori del suo fondo di attendersi a breve “un significativo peggioramento della situazione economica dell’Eurozona” . Le visioni fosche sui destini europei sono alimentate dai risultati delle elezioni francesi con l’ascesa alla presidenza di François Hollande meno incline al rigore, dalle turbolenze politiche attraversate dall’Olanda ma anche da quello che continua ad avvenire a sud della Alpi.

La situazione dei paesi mediterranei rimane molto più delicata di quanto non dicano i valori dello spread o le dichiarazioni ufficiali di politici e banchieri centrali. I titoli di stato si continuano a vendere, ma alle aste di Madrid o Roma si parla esclusivamente spagnolo e italiano visto che a comprare sono quasi solo le banche dei rispettivi paesi. Una situazione resa possibile dalla liquidità fornita dalla Bce ma che evidentemente non può protrarsi all’infinito. Solo lo scorso febbraio il valore dei buoni del Tesoro nei portafogli delle banche italiane è salito di 22 miliardi di euro raggiungendo i 324 miliardi.

I dati più recenti della Banca dei Regolamenti Internazionali mostrano invece come nell’ultima parte del 2011 gli investitori esteri si siano liberati di quasi 50 miliardi tra Bot, Btp e Ctz. La quota del nostro debito pubblico in mano straniera è scesa così al 38% dal 42,7% di settembre e dal 47% di un anno fa. La corsa a sbarazzarsi di titoli italiani sembra essere proseguita anche nei primi mesi del 2012. Poche settimane fa la banca britannica Barclays ha annunciato di aver venduto nei primi tre mesi del 2011, il 14% dei titoli italiani in suo possesso e lo stesso hanno fatto Morgan Stanley e Bank of America. 

Come fa notare Alessandro Fugnoli, strategist della società di investimenti Kairos, questo processo di “nazionalizzazione” del debito , non è però solo il frutto delle libere scelte degli investitori, ma è anche il risultato di una strategia orchestrata da Berlino con l’obiettivo di isolare progressivamente i focolai di crisi. La Germania, ragiona Fugnoli, lavora al salvataggio dell’intera zona euro, ma tiene sempre nel cassetto un piano B che permetta di proclamare il rompete le righe e di andare ognuno per proprio conto senza troppi danni. Nei mesi scorsi i tedeschi hanno sapientemente dosato dichiarazioni incendiarie per aumentare le tensioni sugli spread e spingere governi recalcitranti ad imboccare la strada del rigore. Se però questo non dovesse essere sufficiente, come le ultime mosse degli hedge fund lascerebbero presagire, l’unica altra via è allentare i legami finanziari tra i paesi europei per poter imboccare velocemente e da soli l’uscita di sicurezza.