E’ ormai passato un mese dalla nomina del 52enne Jim Yong Kim alla guida della Banca Mondiale, uno dei posti chiave di comando dell’economia globale. Una nomina che ha fatto discutere e che a mio parere propone tre spunti di riflessione molto interessanti circa la governance attuale.

Anzitutto, Jim Yong Kim non è né un economista, né un diplomatico e nemmeno un politico, come il suo predecessore Robert Zoellick, nominato nel 2007 su indicazione di George W. Bush. E’ un medico di comprovata fama internazionale, con esperienze importanti sia dal punto di vista accademico, come Rettore dell’Ivy League Dartmouth College, che sotto il profilo tecnico, come Direttore del Dipartimento incaricato delle politiche sull’Aids presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità e fondatore dell’Ong Partners in Health.

La passione per i tecnici, come vedete, travalica i nostri confini e risponde ad un’esigenza sempre più pressante della popolazione, non solo italiana, di pretendere persone di provata competenza ed esperienza nei posti chiavi. Speriamo davvero che Jim Yong Kim inauguri una consuetudine destinata a radicarsi anche a livello di organismi internazionali, dove troppo volte ex politici di riciclo hanno fatto perdere credibilità al sistema degli aiuti allo sviluppo.

Il secondo punto interessante è che Jim Yong Kim è americano di passaporto ma non di nascita, avendo visto la luce a Seoul. Gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno accelerato fortemente il passo nella valorizzazione delle cosiddette “minoranze” – Presidente di colore, Giudice donna ispanica alla Corte Suprema – e sembrano non volersi fermare; è di questi giorni la decisa presa di posizione di Obama a favore dei matrimoni gay. Ed intanto, in Italia, stiamo ancora ad accapigliarci sulle quote rosa…

Fino a qui le notizie “buone”. Ma…..rimane di fondo la perplessità sul meccanismo di nomina di Jim Yong Kim. Anche questa volta il Presidente è stato scelto dal governo americano, seguendo una consuetudine che data addirittura 1944, anno in cui fu creata la Banca Mondiale in occasione degli accordi di Bretton Woods. A sua volta il Fondo Monetario Internazionale, altra istituzione originata da Bretton Woods, è sempre stato guidato da un europeo. E’ un gioco di appoggi incrociati tra i candidati statunitensi ed europei che va avanti da ormai 70 anni, mantenendo ben salde le redini del comando a favore di quelle che erano una volta considerate le grandi potenze mondiali. Ma oggi, come sappiamo, il mondo è cambiato: le economie “occidentali” sono in forte recessione mentre i nuovi players (Brasile, Cina, India etc..) si affacciano con sempre maggior aggressività e richieste.

Gli equilibri economici del pianeta sono cambiati, se pensiamo che la Cina detiene 1.5 trilioni del debito pubblico americano ed è in grado, teoricamente, di staccare la spina all’economia americana. Ma la governance degli organismi internazionali pare non essersene ancora accorta e prosegue su vecchie logiche da “manuale Cencelli”.