Il Vaticano scopre un sepolcro imbiancato. L’emersione dalla cripta della memoria che si compie oggi sulla tomba in Sant’Apollinare è difficile che abbia soddisfacenti esiti investigativi.

Solo nei film il colpevole lascia dentro le bare degli indizi, per essere scoperto dagli spettatori. Nella realtà la normalità dei criminali generalmente li induce a compiere banali opere di cancellazione delle prove. Tuttavia è un’operazione dal grande significato simbolico. Il benefattore De Pedis, capo della Banda della Magliana, ucciso a Campo De Fiori nel 1990, viene portato alla luce, o si direbbe meglio, agli altari della cronaca. Ormai, se non altro per necessità mediatiche, non si poteva fare altrimenti. E con lui viene fuori, se non il colpevole, la coscienza delle autorità pontificie. Una pista investigativa accreditata, formulata per primo dal giudice Priore, disegna per questi fatti la cornice degli anni di guerra fredda e segreta.

Si suppone che i soldi investiti nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, denari appartenenti a varie entità, da Sindona, alla mafia, alla chiesa cattolica stessa, siano stati utilizzati dal Vaticano per operazioni internazionali e non siano stati più restituiti ai legittimi proprietari. Da qui il rapimento ritorsivo e ricattatorio di Emanuela, terminata con la mediazione “ad silentium” di De Pedis. In particolare si sospetta che queste risorse siano state investite nel finanziamento dell’anticomunismo, tema notoriamente caro a Papa Giovanni Paolo II. Di lui in questi giorni ricorre provvidenzialmente l’anniversario dell’attentato, di matrice internazionale, avvenuto il 13 maggio del 1981. Vale la pena ricordare che questi plausibili avvenimenti finanziari e politici sono supportati, seppur non da prove, vista la refrattarietà vaticana alle rogatorie, almeno da svariate testimonianze.

Francesco Pazienza, il faccendiere dei servizi segreti, parlò addirittura di lingotti portati oltre confine per finanziare Solidarnosc. Ma basti comunque ricordare l’epistolario “privato” di Calvi (M. Almerighi, I banchieri di Dio, Editori Riuniti, 2007), agli atti della storia e di un processo infinito e senza colpevoli. Riportiamo qui alcuni brani che parlano più di tutto il resto. Se non altro perchè il suo autore li ha certificati con la morte. Sono neanche velate minacce alle autorità vaticane e al Papa. Il banchiere cercava protettori facendo presente che sapeva molte cose: “Ora che sono stato abbandonato e tradito dai miei più sicuri alleati non posso non ricordare [il ruolo] che ho svolto, di concerto con i rappresentanti di piazza San Pietro… mi prodigai nell’America Latina e in ogni senso arrivando persino ad occuparmi di forniture di navi militari e di altro materiale bellico pur di favorire chi poteva efficacemente contrastare l’avanzata di ben organizzate forze comuniste. Grazie a questi interventi oggi la chiesa può valutare una sua autorevole presenza in paesi come l’Argentina, la Colombia, il Perù, il Nicaragua ecc…”. Poco dopo, denunciando la sua estrema stanchezza, espone precise richieste. “… che mi siano restituite tutte le somme da me devolute per i progetti riguardanti l’espansione politica ed economica della Chiesa; che mi siano restituiti i mille milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano ho devoluto in favore di Solidarnosc”.

Gli stessi concetti vengono espressi in una lettera al papa dieci giorni prima che compaia il suo cadavere, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri. Il nome è un caso, provvidenzialmente. Calvi dice chiaro a Karol Wojtyla: “Molti sono coloro che mi fanno allettanti promesse di aiuto a condizione che io parli delle attività da me svolte nell’interesse della Chiesa; sono proprio molti coloro che vorrebbero sapere da me se ho fornito armi od altri mezzi ad alcuni regimi di Paesi del Sud America per aiutarli a combattere i nostri comuni nemici e se ho fornito mezzi economici a Solidarnosc od anche armi e finanziamenti ad altre organizzazioni dell’Est…. Ora altro non rimane che sperare in una sua sollecita chiamata che mi consenta di mettere a Sua disposizione importanti documenti in mio possesso”.

La telefonata ovviamente non giunse mai all’estensore di queste lettere. Un anno dopo venne rapita Emanuela Orlandi. L’apertura della tomba di oggi, di Renatino benefattore della Chiesa, è un piccolo velo che si alza su una storia di cui sentiremo parlare ancora a lungo. Almeno c’è da sperarlo. Una speranza cristiana, direbbe Benedetto XVI.