Le amministrative di Palermo, condite da una campagna elettorale al vetriolo, singolarmente sono state poco o per nulla correlate con le situazioni politiche nazionali. Vediamo di sopperire alla mancanza, partendo dall’inizio. Magari dalle primarie.

La prima esclusa dalla competizione elettorale è stata proprio lei, quella che sembrava la grande favorita: Rita Borsellino. Rispetto al 2006, quando si presentò alle elezioni regionali contro Totò Cuffaro, la sua popolarità è in caduta libera. Eletta al Parlamento europeo nelle fila del Pd, la signora è praticamente scomparsa dalla scena politica locale. Eppure, il Partito Democratico e Sel decidono di proporla alle primarie. Perché?  I maligni sussurrano che Bruxelles è lontana, e fare su e giù ad una certa età è stancante. In realtà, Rita Borsellino rappresentava l’unico possibile candidato che potesse essere visto come appartenente alla cosiddetta società civile (fantomatica entità) e quindi condensare i consensi attorno ad una sinistra che in terra siciliana è stata sempre sconfitta.

Da un punto di vista politico, però, non si è tenuto conto che all’interno del Partito Democratico siciliano si andava consumando una lotta fratricida, che vedeva una parte del partito avversare il segretario regionale Lupo, vicino all’Opus Dei e inviso a molti. Sia chiaro, non è certo l’alleanza con Raffaele Lombardo, la vera pietra dello scandalo, quanto i giochi politici in vista delle prossime regionali e l’ambitissima poltrona di presidente. Così, Palermo è diventato il territorio di scontro: la sconfitta alle primarie di Rita Borsellino ha consentito alla frangia del Pd che si oppone a Lupo di chiederne la testa.

Peggio ancora sul fronte del centrodestra. Dopo lo scempio operato da Cammarata e dal PdL non ci si poteva aspettare certo un plebiscito, ma il candidato Massimo Costa è stato un vero e proprio agnello sacrificale immolato sull’altare di posizionamenti all’interno del partito. Il voto disgiunto sistematicamente operato dagli elettori del PdL è stato un segnale forte e chiaro: non ci piace Angelino Alfano a capo del partito. Solo così si spiega come mai, a fronte degli oltre 70.000 voti della coalizione (PdL, UdC, Grande Sud e Lista Costa), il candidato sindaco abbia raccattato soltanto 28.000 preferenze. A riprova, Giovane Italia, la sezione giovanile del PdL, occupa la sede palermitana del PdL e mette sotto accusa tutta la classe dirigente del partito. Tant’è.

C’è poi la questione dell’IdV e di Leoluca Orlando. Oltre le chiacchiere e le accuse, era necessaria la sua candidatura a Palermo? Lo stesso Orlando la giustifica con il pretesto dell’inquinamento delle primarie. Ma, se anche fosse, non sarebbe stato allora più logico e giusto che, non tenendo conto dei risultati del 4 marzo, fosse la stessa Rita Borsellino a candidarsi al primo turno? Eh no, non scherziamo. La signora aveva dimostrato di non saper trascinare i consensi, ci voleva un candidato forte, qualcuno capace di crearlo, quel consenso mancato. Sempre i maligni, sussurrano che Rita Borsellino sia stata “usata” come grimaldello per ottenere quello che si è ottenuto: la candidatura di Orlando. Il rischio era calcolato: se Rita avesse vinto le primarie, Fabio Giambrone, fedelissimo di Orlando, si sarebbe seduto sulla poltrona di vicesindaco. Se Rita fosse uscita dalla competizione, Leoluca si sarebbe presentato direttamente al primo turno.

Ma perché Orlando ci teneva tanto a candidarsi? La poltrona di sindaco, a Palermo, scotta. La situazione economica è tale che manco l’intervento di Santa Rosalia. E allora? Proviamo a guardarla dalla prospettiva delle dinamiche di partito, e tutto diventa più chiaro. Italia dei Valori è un partito minoritario, la sua attrattiva sta tutta nel carisma di alcuni suoi leader. Le amministrative di Napoli, lo scorso anno, hanno sancito la vittoria di Luigi De Magistris con oltre 265.000 voti. E, quando uno ha 265.000 voti suoi, il suo partito se lo tiene stretto stretto. Soprattutto se diventa sindaco della terza città d’Italia. Praticamente un ministero. La popolarità di De Magistris fa il paio con quella di Di Pietro, oscurando la figura del professore di Palermo.

Quando si è profilata all’orizzonte la candidatura di un altro figlio di IdV, Fabrizio Ferrandelli, forte del consenso di una quarantina di movimenti civici, lo scenario ha assunto le tinte fosche dell’apocalisse. Se “il ragazzino” avesse vinto le elezioni (come all’epoca era dato per certo), all’interno del partito ci sarebbe stato un nuovo riassetto. Un nuovo oscuramento. Una ulteriore perdita di potere. Si poteva permettere? Proprio nella sua città? Sarebbe stato un affronto inaccettabile.

Certo, quello tra Palermo e il professore non fu mai un matrimonio d’amore. Fu piuttosto un matrimonio combinato da papà Salvo Lima (furono i consiglieri di Lima ad eleggere la prima volta Orlando nel 1985 e Orlando si recò a ringraziarlo di persona) e da mamma DC. Cinque anni strani, quelli, all’insegna dell’antimafia sbandierata in televisione. Più papista del papa, Leoluca arrivò perfino ad accusare Falcone di tenere “le carte nei cassetti”. Strano, però, se si pensa che qualche “carta” era sfuggita perfino al professore stesso. Nello specifico, si trattava di una informativa dell’alto commissario antimafia Domenico Sica, diretta all’allora sindaco Orlando. L’informativa riguardava due ditte che si occupavano della manutenzione delle strade e della rete fognaria: la Sico e la Cosi. Le due aziende avevano sede legale a Roma, e sulla fideiussione richiesta dal Comune di Palermo, a garanzia, figurava la firma del conte Vaselli, prestanome di Vito Ciancimino. Una brutta faccenda, che sfociò in un avviso di garanzia al professore, per falso e favoreggiamento. Antesignano di Scajola, Orlando affermò che l’informativa era arrivata “a sua insaputa”, quando lui non era a Palermo. E, al suo rientro in città, non gli era stata sottoposta. E gli era pure “sfuggita” la firma di Vaselli sulla fideiussione, evidentemente. Insomma, seguì l’archiviazione e non si seppe mai chi fosse ad aver “nascosto” al sindaco l’informativa del commissario Sica. Sulla vicenda Orlando-Falcone, lo stesso ex ministro Martelli durante una puntata di Samarcanda dirà: “Perché Orlando ce l’ha con Falcone? Perché Falcone aveva riarrestato Ciancimino con l’accusa che Ciancimino era tornato a fare affari e appalti con il sindaco Leoluca Orlando Cascio. Da questo nasce la rottura tra Orlando e Falcone: questo lo depone Falcone al Csm, lo racconta per filo e per segno e non va dimenticato!”

Fatto è che, a mandato concluso, la Dc pensò bene di non rieleggerlo. E Orlando, anche qui antesignano, ma in questo caso di Renzi, decise di rottamarla e di creare la Rete. Facendo proprio il motto pintacudiano “il sospetto è l’anticamera della verità”, il movimento riscuote un certo successo e il professore viene rieletto nel ’93 alla poltrona di primo cittadino. La tanto osannata “primavera di Palermo” non manca però di ombre. Il 2 agosto 1995 la Procura di Palermo emette un avviso di garanzia per Leoluca Orlando e per altre sette persone. L’accusa riguardava l’appalto concesso alla Sispi per l’informatizzazione dei servizi comunali. Secondo la Procura, la società avrebbe lavorato poco e male, incassando in 7 anni circa 140 miliardi. L’inchiesta fu poi archiviata. Anche il tanto sbandierato restauro del Teatro Massimo (durato più di quello della Fenice) non fu esente da travagli. E portò ad Orlando un nuovo avviso di garanzia per abuso di ufficio, per non avere avviato le procedure di legge per l’appalto per i lavori di ristrutturazione del teatro, di proprietà del Comune di Palermo. Accuse da cui Orlando fu poi assolto.

Nel 1996 viene indagato per corruzione aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni di Sindaco di Palermo. Il pentito Tullio Cannella fornisce uno scenario inquietante affermando che nel 1986 il Comune di Palermo, dopo una tangente di 200 milioni di lire, acquistò degli appartamenti di un certo Giuseppe Bonanno, un prestanome di Gaspare Finocchio (imprenditore) che era invece in odore di mafia. Destinatari della tangente, secondo il pentito, erano il Sindaco Leoluca Orlando e l’assessore Vincenzo Inzerillo, che all’epoca dei fatti era in carcere da 16 mesi per mafia. Orlando nega ogni responsabilità. La vicenda per Leoluca Orlando non ebbe alcun seguito giudiziario. A suo carico c’è solo una condanna in via definitiva per diffamazione aggravata. In un comizio ha tacciato ventuno consiglieri comunali di essere collusi con la mafia. Così non era.

Il matrimonio con Palermo, che ad onta della sbandierata attività di restauro “primaverile” vanta ancora un centro storico che pare appena uscito da un bombardamento (ci sono ancora macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale), si interrompe di nuovo nel 2001, quando il professore si dimette da sindaco per candidarsi alla presidenza della regione. Che non fosse un matrimonio d’amore, del resto, lo dice anche la prolungata assenza di Orlando dalla sua città. Dopo la sconfitta alle regionali contro Totò Cuffaro, il professore si dedicò alle vicende romane e si defilò dalla scena politica locale. Sempre i maligni, sussurrano che, ancora una volta, stia corteggiando Palermo per una nuova scalata alla presidenza della regione. Ovvio che se fosse eletto sindaco non potrebbe, ma basterebbe dichiarare il dissesto finanziario (di cui né lui, né la sua giunta, né i suoi consiglieri sarebbero responsabili) e si aprirebbero immediatamente nuovi scenari.

Certo, a pensar male si fa peccato. Ma quasi sempre si indovina.