Il Mago di Oz, Victor Fleming, 1939

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Dalisi, Scultura in latta, Anni 70

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iron Man, Armatura Mark II

 

Intervista con Riccardo Dalisi

Fabio Novembre 
Come si fa a tornare bambini? Spiegamelo.

Riccardo Dalisi 
È il gioco che distingue il bambino, proprio perché il bambino ha una profonda serietà dentro di sé, un profondo senso di paura, di solitudine, perciò gioca. E il gioco diventa l’essenza, poi, della vita.

FN 
Milano è come il Vaticano del design: tutti i cardinali sono là, e tu sei qui a Napoli come un missionario che è partito per diffondere il verbo.

RD 
Più che missionario, sono un transfuga della cultura. La prima cosa che ho negato è l’università chiusa, e questo mi ha portato a uscire dall’università e a incontrare Napoli e la sua anima. Napoli è l’unica città europea in cui c’è ancora il popolo, il popolo con la sua cultura, con la sua subcultura, con la sua forza arcaica. Ho pensato di portare nel mondo del design una voce nuova.

FN 
Mi ricordi Geppetto della favola di Pinocchio. Mi aspetto che gli oggetti qui nel tuo studio improvvisamente inizino a muoversi… È pazzesco che un’azienda come Alessi ti chieda di ridisegnare la caffettiera napoletana e passano otto anni prima di vederla realizzata. È il tempo dilatato, poteva succedere soltanto qui a Napoli, potevi essere soltanto tu.

RD 
Sono stato io che ho fermato Alessi. C’era un primo modello che piaceva molto, ho detto no, facciamo ricerca, facciamo sentire questa ricerca nella città di Napoli, andiamo fino in fondo. Facendo così ne ho prodotte tantissime e abbiamo fatto alcune mostre. Queste caffettiere sono diventate la commedia dell’arte del design.

FN 
Mi interessa veramente la scelta che hai fatto, è una scelta radicale: dire no alle industrie, almeno in parte, e sì agli artigiani, al lavoro per strada, al lavoro con la gente comune.

RD 
Il lavoro mi ha portato a stretto contatto con degli artigiani, gli artigiani dei vicoli di Napoli. Alcuni erano disoccupati, perché i loro laboratori chiudevano. Con degli amici abbiamo creato due piccole botteghe, dove abbiamo fatto tutte queste caffettiere, fino ad arrivare a fare delle sculture grandi e impegnative. Si è creata proprio qui, in questi vicoli, come a Rua Catalana, una cultura in cui non si sa dove inizia l’arte, dove finisca il design e dove, invece, c’è l’artigianato…

FN 
In fondo Rua Catalana è una specie di scuola del design. Il design va sempre di più verso la specializzazione: le università del design, le scuole di design… Ma cosa si insegna? Questa è l’anti-scuola del design o, forse, è la vera scuola del design radicale?

RD 
È il design «di strada». L’ho chiamata anche «università di strada», «scuola di strada».

FN 
Ho letto che Alessandro Mendini descrive il tuo metodo di lavoro come geometria espansiva. Si parte da un’idea, da uno schizzo, ma poi tutto si mescola, si macchia, diventa lavoro di bottega, diventa opera di quartiere. Cosa vuol dire geometria generativa?

RD 
Se noi prendiamo un seme, un seme ha la sua geometria. Poi il seme comincia a soffrire la sua compattezza, si apre, è sensibile all’esterno, si espande, tira fuori altre forme geometriche…

Per approfondire Riccardo Dalisi