La crisi si aggrava, ma, paradossalmente, le politiche riproducono vecchie idee e interessi che hanno provocato i problemi attuali. L’austerità di bilancio è la spina dorsale delle strategie economiche dei governi, come se lì risiedesse la causa principale della crisi e la restizione più importante per superarla. Si presenta come insesorabile e con l’avallo della razionalizzazione economica, ma dietro l’austerità troviamo equivoci, contraddizioni e forti interessi.

Chi può opporsi all’austerità e ad un uso razionale delle risorse, al miglioramento della gestione di ciò che è di tutti e per tutti – la cosa pubblica? Essere austeri, evitare lo sperpero dovrebbe far parte del nostro codice morale più intimo. Ma il linguaggio non è innocuo e viene maneggiato con evidente intenzionalità: traduce che la crisi economica è il risultato dello sperpero pubblico.

Niente di più lontano dalla verità. Le finanze pubbliche si trovavano in una situazione di risanamento prima che irrompesse la crisi economica. E in Spagna non abbiamo uno stato sociale tale da doverlo razzionalizzare (il peso della spesa sociale rispetto al Pil è inferiore alla media europea). Al contrario, i successivi sconti fiscali, di cui non tutti hanno benificiato allo stesso modo, ci hanno privato di importanti entrate tributarie.

I problemi dello spreco assumono un significato reale quando si riferiscono alla sfera fianziaria maggiormente speculativa. Perchè non si sono applicate politiche prudenti (austere) anche prima della crisi, quando lo consigliavano l’indebitamento privato e la speculazione finanziaria? I guadagni che si potevano ottenere dallo sperpero erano troppo importanti e i gruppi che ci guadagnavano, lontani dal praticare l’austerità, imponevano politiche permissive. E ancora crediamo alla bontà della deregulation finanziaria. Non si osserva neanche la preoccupazione per l’austerità nelle risorse concesse dalle amministrazioni pubbliche come aiuti alle banche, o nelle remunerazioni delle alte cariche direttive delle imprese e i dividendi ai grandi azionisti, o nelle fortune milionarie che alimentano i mercati speculativi, in cui si ottengono enormi benefici con un contributo fiscale sproporzionatamente basso.

L’aumento del deficit pubblico è stato il risultato della crisi stessa, non la causa. Il crollo della crescita ha minato gli introiti fiscali mentre, in parallelo, si sono canalizzate risorse enormi nelle istituzioni finanziarie. Però quasi non si sono applicati controlli o si sono pretese contropartite per impedire che si utilizzassero in benefici ai direttivi o azionisti, o, più lacerante ancora, perchè non si speculasse sul debito sovrano.

Altra menzogna è che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e adesso ci tocca fare uno sforzo collettivo di austerità”. Questo messaggio elimina le differenze sociali, come se tutti avessero avuto la stessa capacità di indebitamento o di appropriazione di parte del reddito generato dalla bolla speculativa, o come se i tagli non stessero toccando soprattutto i più vulnerabili.

E si spiattella inoltre che “tutti” siamo responsabili allo stesso modo della crisi, lasciando sepolta la spiegazione più profonda che sottolinea precisamente le disuguaglianze come elemento centrale della crisi. La cosa certa è che l’indebitamento e le bolle speculative hanno costituito un formidabile business per alcuni – banche, grandi imprese e fortune – e che la generalizzazione del debito è stata l’altra faccia delle politiche di contenimento salariale, che ha permesso l’espansione del consumo e l’aumento dei benefici alle imprese.

La crisi e la “vigilanza” dei mercati finanziari si usano come alibi per togliere prestitigio alla cosa pubblica, per spingere alla privatizzazione dei servizi basilari, per modificare il modello di stato di bessere e i rapporti di lavoro, per tagliare i diritti. Se non poniamo rimedio a questo, le misure aumenteranno la recessione provocando una sofferenza non necessaria alla popolazione (esiste maggior sperpero che la disoccupazione?) e avranno un carattere difficilmente reversibile sul medio periodo.

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)