200 mila persone fermate e perquisite a New York City nei primi tre mesi del 2012 (il 10% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). Almeno il 50% dei “fermati” è afro-americano. Un terzo è ispanico. Sono i dati resi pubblici durante il week-end dal New York City Police Department e che hanno nuovamente rilanciato le polemiche su razzismo e pregiudizio della polizia di New York.

La settimana scorsa l’American civil liberties union ha pubblicato un rapporto che mostra come nel 2011 il numero di giovani neri fermati a New York è stato superiore al loro numero totale in città. Ciò significa che molti di questi giovani sono stati fermati dalla polizia più volte in un anno. Il capo della polizia Ray Kelly (nominato dal sindaco Michael Bloomberg nel 2002, all’inizio del suo mandato) ha difeso l’efficacia del programma di stop and frisk (appunto, “ferma e perquisisci”), spiegando che l’aumento delle perquisizioni ha portato ad un balzo del 31% di armi illegali confiscate ai sospetti. La pratica, secondo Kelly, serve a salvare soprattutto la vita dei giovani neri e ispanici. “La storia insegna che la grande maggioranza delle vite salvate riguarda giovani uomini di colore – ha spiegato Kelly -. L’anno scorso il 96% delle vittime di sparatorie a New York sono stati neri o ispanici, come pure il 90% di tutte le vittime di omicidio”. Nell’insieme, il capo della polizia newyorkese ha potuto esibire dati che dovrebbero dare ragione alle “maniere forti” utilizzate dai suoi agenti. Nei primi quattro mesi mesi dell’anno ci sono stati 129 omicidi in città, con un calo del 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Dal 2002, l’anno della nomina di Kelly, non ci sono stati più di 600 omicidi all’anno. Nel 1990, erano stati 2200.

Oltre i numeri e le percentuali, restano però le polemiche e le accuse che le comunità afro-americane e ispaniche della città, i gruppi per i diritti civili e molti politici locali muovono al programma. Per Christine Quinn, che guida il New York City Council e che molti indicano come possibile futuro sindaco, “non possiamo continuare a fermare, interrogare, perquisire quasi 700 mila newyorkesi all’anno senza danneggiare le relazioni tra la polizia e la gente che viene protetta, soprattutto nelle comunità di colore”. Donna Liebermann, dell’American civil liberties union, ha spiegato che “il programma è inefficace, e toglie libertà e dignità a centinaia di migliaia di innocenti newyorkesi di colore ogni anno”.

Del resto, in questi anni sono state migliaia (1985 nel 2010 e 1720 nel 2011) le denunce di abusi e maltrattamenti che i cittadini di New York hanno presentato al Civilian complaint review board, l’organo che si occupa di vigilare sul comportamento della polizia. Nonostante il calo degli omicidi in città, gli agenti newyorkesi e i loro capi restano dunque nell’occhio del ciclone. Non è soltanto lo “stop and frisk” a provocare proteste veementi. Il dipartimento newyorkese, più volte dipinto dal sindaco Bloomberg come “la mia milizia privata” e “il settimo esercito del mondo”, è sotto accusa per una gestione complessiva che sembra particolarmente violenta. Soltanto tre mesi fa Ramarley Graham, un 18enne afro-americano residente nel Bronx, è stato freddato da un agente mentre si trovava nell’appartamento delle nonna. Il ragazzo, che era disarmato, cercava di far sparire un po’ di marjiuana nel wc, quando un agente ha fatto irruzione nella casa, senza mandato, e gli ha sparato in pieno petto.

Il caso di Ramarley è soltanto l’ultimo in un’impressionante escalation di afro-americani uccisi dalla polizia nel corso di azioni anti-crimine. Di più. 15 persone, tra cui cinque politici locali, membri della stampa, un veterano dell’Iraq e attivisti di Occupy Wall Street hanno denunciato la polizia di New York per una serie di abusi nella gestione dell’ordine pubblico. La causa, denominata Rodriguez v. Winsky, parla di falsi arresti, imprigionamenti abusivi, cospirazione tra il dipartimento di polizia e JPMorgan Chase, e chiede l’istituzione di un organo federale indipendente che controlli la polizia. Il dipartimento è “fuori controllo”, spiegano i querelanti, e “non più responsabile delle proprie azioni”. E’ però soprattutto lo “stop and frisk” – una pratica particolarmente invasiva, che riguarda migliaia di persone fermate per le strade sulla base di un semplice sospetto – ad avere suscitato negli ultimi tempi le maggiori proteste.

A motivare i critici non è soltanto il fatto che la stragrande maggioranza dei fermati è afro-americana o ispanica. Nove volte su dieci, infatti, la perquisizione non ottiene alcun risultato, se non appunto l’umiliazione pubblica del fermato e il senso di paura con cui ormai migliaia di giovani si muovono per la città. Nei mesi scorsi è stato creato a Harlem un gruppo, “Stop Stop and Frisk”, guidato dal filosofo e attivista Cornel West, che denuncia il programma come “razzista” e ne chiede la cancellazione. In una corte federale di New York è in corso un processo che deve valutare se il programma sia anti-costituzionale e macchiato da “racial profiling”, discriminazione razziale.

John Alexander, un afro-americano di 19 anni che vive sull’Adam Clayton Powell Boulevard di Harlem, contattato dal Fattoquotidiano.it, ha detto di essere stato fermato diverse volte, soltanto nell’ultimo anno. “I fermi e le perquisizioni – ha detto – cominciano nel momento in cui cominci a uscire da solo”. Secondo Alexander, è tipico che la polizia si rivolga ai giovani afro-americani con l’appellativo di “nigger”, negro. E’ il modo in cui i ragazzi sono vestiti, secondo John, oltre al colore della loro pelle, a provocare l’intervento della polizia: “Siamo ragazzi di Harlem, ci vestiamo e ci comportiamo in un certo modo. Stiamo insieme in un certo modo. Per i poliziotti, anche per quelli neri, sembriamo tutti criminali”.