Come riportato in una lettera recentemente inviata al Ministero dell’ Interno dall’ assessore al Welfare della Regione Emilia Romagna e dal garante dei detenuti, l ’esperimento dei Cie è fallito e occorre cambiare strutture che non hanno più senso di essere.

C’è da sperare che il suggerimento sia raccolto, perché i Cie,  oltre a essere la fallimentare soluzione a una questione complessa voluta da una classe politica a dir bene grossolana, il Cie è sempre da più voci ormai considerato una cattedrale di incostituzionalità.

Dunque, cos’è un Cie?

Materialmente, è una struttura di cemento armato e gabbie di ferro, circondata da filo spinato, telecamere e forze di sicurezza armate.

Tecnicamente, è un “centro di identificazione ed esplusione”, realizzato per contenere gli extracomunitari sottoposti a provvedimenti di esplusione o respingimento.

Diciamo che un Cie non è penitenziario, e però funziona e sembra proprio un penitenziario.

Gli stranieri deteneuti – rectius  – ospitati, nel CIE, sono detti appunto “ospiti”.

E però se sei “ospite” del Cie non è che quando si è fatto tardi saluti e te ne vai, perché sei “trattenuto”. Il che significa che non sei libero di andare in giro, perché altrimenti, siccome sei irregolare e senza documenti, non ti trovo più, e se non ti trovo più, non posso espellerti dal paese.

Ora,  l’articolo 13 della Costituzione stabilisce testualmente “la libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge

Siccome la Costituzione ha il cuore grande, e non c’è scritto da nessuna parte che questa regola valga solo per gli italiani, la giurisprudenza è fermamente convinta che la norma valga per qualunque essere umano si trovi in Italia e che la libertà sia un diritto di ogni uomo senza distinzione di pelle, religione, sesso e convinzione.

Certo le esigenze del civile vivere, a volte richiedono che libertà sia compressa, in ragione di valori di pari grado e importanza, fra cui senz’altro, possiamo far rientrare ad esempio, la vita e la sicurezza dei consociati.

Ma la Costituzione, che è post-fascista, ha fresco il ricordo di cosa può significare l’abuso della ragion di Stato sulla libertà del singolo, ed enuncia una garanzia: la libertà si può limitare, ma solo nei casi e nei modi previsti da una legge chiara e precisa, manifestazione  della volontà dei cittadini.

In materia di immigrazione, la legge italiana, che poi è un famigerato decreto legislativo, stabilisce che lo straniero sia trattenuto  “per il tempo strettamente necessario quando non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione  mediante accompagnamento alla frontiera ovvero il  respingimento” perché, ad esempio, occorre procedere al soccorso dello straniero, o ad accertamenti sulla sua identità o ancora è impossibile trovare un mezzo di trasporto per l’accompagnamento.

Quanto al resto, la legge è sostanzialmente in silenzio. Non stabilisce precisamente come debba svolgersi questo trattenimento, né dove, né a quali condizioni.

In sintesi, la legge dice i “casi”, ma non dice sui “modi”, se non che appunto, tale detenzione debba svolgersi nei Cie. 

Il fatto che una legge così fatta è necessaria, lo dimostra la normativa delle carceri. Sebbene siano spesso violate in concreto, le normative di diritto penitenziario sono estremamente dettagliate, e contengono disposizioni sulla grandezza dei locali, sull’illuminazione, sull’alimentazione, l’igiene, le visite, e via dicendo. Un carcere, è stato detto, non si improvvisa.

Quanto ai Cie invece, che carceri non sono – almeno così ci dicono – la legge dice il minimo, e lascia lo specifico al solito pastrocchio di regolamenti, atti amministrativi, linee guida e prassi locali; un giungla burocratica confusa, che nessuno ben conosce, (figuriamoci uno straniero), nessuno capisce e nessuno applica, e che in ogni caso appare insufficiente a garantire il minimo rispetto dei fondamentali diritti in gioco.

Medici senza frontiere si è fatta un giretto nei Centri di identificazione. E’ stato rilevato come negli stessi ambienti convinvono vittime di tortura e persecuzione, tossicodipendenti, malati di corpo e malati di mente. Il diritto, dipende dove capiti; colloqui, assistenza, comunicazioni…tutto è demandato alle diverse realtà locali, alle prassi delle Prefetture e via dicendo.

Il che, in concreto, significa che un ospite Cie, a conti fatti, è sulla carta è ancor meno garantito di un detenuto.

E qui sorge un secondo problema, roba da poco, perché la Costituzione prevede anche un principio di uguaglianza, e il fatto che non si capisca come funziona un CIE, quali diritti abbia un “ospite” e cosa sia legittimo chiedere e ottenere, questa vaga indeterminatezza di modalità e trattamenti, ecco, tutto questo è in una parola discriminazione.

Il Cie di Bologna, in via Mattei, funzionerà forse per soli 28 euro al giorno a persona. 28euro per mangiare, dormire, gestire i servizi igenici, i costi burocratici, il lavoro degli operatori, il servizio medico, gli assistenti sociali e i mediatori. Nel paese degli sprechi, davvero un incredibile risparmio.

Sinceramente,  si ha un po’ vergogna, a guardare oltre le mura, dove stanno persone che, a ben vedere, non hanno commesso nulla, se non varcare una linea immaginaria.

Un mio celebre conterraneo,  soleva distinguere fra scrittori di cose e scrittori di parole.

Gli scrittori onesti, scrivono cose, e gli imbroglioni scrivono parole, e pure troppe, per nascondere le cose.

Il legislatore italiano è uno scrittore di parole, e a poco serve cambiare nome alla gabbia di cemento, sempre gabbia rimane.

Ma quando vede la gente in gabbia, la Costituzione si fa pignola, e pretende regole precise e garantiste, perché c’è in ballo il valore massimo dell’essere umano, che è quella cosa meravigliosa e mai scontata, chiamata libertà.

Nel primo post sul Fatto.it, avevo commentato la sentenza della Corte di Giustizia Europea, in cui si riconosceva la totale inutilità del reato di immigrazione clandestina, nella convinzione  che la clandestinità non possa costituire, di per sé, una colpa tale da giustificare la pena detentiva.

Oggi, sfogliando le riviste di dottrina, leggo sempre di più voci a sostegno dell’incostituzionalità dei CIE, e pur a voler dire che questi “ospiti” non sono detenuti, guardando le cose e meno le parole, la necessità assoluta è quella di una nuova legge, onesta, serie e soprattutto sincera, che decida con miglior scienza come affrontare la questione dei migranti,  cancellando la pagina presente di bieca ipocrisia e inutile valore.