Da quando Marco Tullio Giordana si è messo in testa che il suo cinema, o meglio il suo tocco d’autore cinematografico, dovesse essere quello di ri-raccontare molti episodi oscuri della storia italiana post ’68, il dibattito politico attorno al cinema italiano non è stato più lo stesso. Non che l’autore de La meglio gioventù si sia messo a sentenziare colpe e colpevoli alla maniera di un Renzo Martinelli qualsiasi, ma questa sorta di nebulosa e volontaria riapertura del caso Piazza Fontana con Romanzo di una strage (la tesi della doppia bomba, per intenderci) ha creato più clamore di quanto potesse provocarlo il tradizionale script del duo Rulli&Petraglia, fin dal ’69 sulla cresta dell’onda nel cinema “politico” italiano, attenti in questo caso a costruire una drammaturgia attorno al rapporto umano tra l’anarchico Pinelli (Favino) e il commissarrio Calabresi (Mastandrea).

Anche per questo la discesa di Giordana a Bologna, lunedì 14 maggio ore 21.15 al cinema Lumiere di Bologna per la proiezione di Romanzo di una strage con relativo dibattito a fine film, diventerà l’ennesimo capitolo per i commenti storici-politici-giudiziari attorno ad una pellicola con cui si è voluto ostinatamente tornare alle origini dello stragismo nero in Italia, ricostruendo cronaca, dinamiche ideologiche e percorsi giudiziari della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Forte di tre David di Donatello appena vinti, Pierfrancesco Favino e Michela Cescon come attori non protagonisti nei panni dei coniugi Pinelli, e Stefano Marinoni e Paola Trisoglio per i migliori effetti speciali visivi (?), il film di Giordana verrà anticipato sempre al Lumiere alle ore 18 sia da Ipotesi attorno alla morte di Pinelli – di Elio Petri, 1970 – che da 12 Dicembre – di Giovanni Bonfanti con la collaborazione di Pier Paolo Pasolini, 1972. Due esempi di cinema militante che da un lato, con quel geniaccio di Petri e il corpicione di Gian Maria Volonté, ripercorrono in modo a tratti grottesco gli eventi di quei giorni del ’69 ricostruendo tra teatro civile e cinéma-verité le tre versioni dei fatti fornite dalle autorità; dall’altro dove l’attenzione si sposta sui conflitti sociali che laceravano il paese in quegli anni grazie al fatto che il documentario è il risultato della collaborazione tra Lotta Continua e Pier Paolo Pasolini.

Successivamente sarà la volta di Romanzo di una strage alla presenza di Giordana, dello scenografo pugliese Giancarlo Basili oramai trapiantato da anni nel buen ritiro di Calderara di Reno in provincia di Bologna, e dal presidente della Fondazione Cineteca, il regista Carlo Mazzacurati.

L’ambiguità della fitta trama storica di Romanzo di una strage tradisce le migliori intenzioni divulgative di Giordana, abbonato per un certo periodo a ricostruzioni più sensibili al proprio cuore e alla propria pancia (Pasolini – un delitto italiano, 1995; I cento passi, 2000), poi sfociate in grossolane calligrafie sul razzismo “padano” (Quando sei nato non puoi più nasconderti, 2005) e su un tetro melò dei fascistissimi Valenti-Ferida che grida ancora una storica e cinematografica vendetta (Sanguepazzo, 2008).

Ciò che più ha fatto discutere attorno al nuovo film del sessantaduenne regista milanese è però stata la scelta di avere Paolo Cucchiarelli come soggettista del film, ovvero l’autore del criticato saggio Il segreto di Piazza Fontana, e quindi della messa in scena come incontrovertibile dato storico, la tesi della doppia valigia e della doppia bomba come spiegazione plausibile di quello che avvenne nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, in quel fosco pomeriggio del 1969.  

Una scelta che da cinematografica si è fatta subito etica e che racchiude una sorta di parificazione, o per molti altri storici un vero e proprio sbilanciamento, di responsabilità politiche più sul versante dell’anarchismo e della violenza dell’estrema sinistra piuttosto che della nascente e sanguinaria pista dello stragismo neofascista, poi subito diventato vero e proprio cancro che ha saputo mandare in mille pezzi il delicato equilibrio costituzionale italiano negli anni settanta.

Per porre dubbi e riferire perplessità, come sperticarsi in elogi e ringraziamenti a Marco Tullio Giordana, bisogna mettersi in coda alla cassa del Lumiere aggiungendosi agli spettatori che in un mese di programmazione hanno fornito alla produzione Cattleya circa due milioni di euro d’incassi (68esimo posto nella classifica stagionale italiana).