Si è persa per strada la riscossa cattolica annunciata con squilli di fanfare a Todi. Sette mesi dopo non c’è traccia di ripresa bianca nel microcosmo variegato delle elezioni comunali e provinciali. Anzi, molti esponenti anonimi, volonterosi e “normali” del Movimento 5 Stelle si sono impadroniti di temi antichi del cattolicesimo di popolo: risparmio, partecipazione, taglio delle prebende, etica di una buona amministrazione. La Chiesa italiana si dovrà interrogare un giorno sulle sue responsabilità nell’aver permesso che fosse logorato quello spazio “medio” del Paese, fatto di onestà e voglia di lavorare per il bene comune. In questi anni l’area moderata è stata distrutta dall’estremismo berlusconiano e leghista. E un ruolo non secondario nel tollerare la deriva verso lo sfascio è stata la copertura offerta al centrodestra dalla gerarchia ecclesiastica sotto la guida di Ruini. Al di là di qualche sporadica critica.

L’area moderata, quel ceto medio che costituisce il baricentro delle società occidentali, è stata distrutta dallo scardinamento del senso di legalità, dall’impoverimento delle famiglie – nonostante gli elogi all’istituto familiare usati per bloccare la legalizzazione delle coppie di fatto – dall’aver consentito alle imprese di creare precariato di massa, dall’aver lasciato decadere la scuola pubblica, dal non avere salvaguardato rigorosamente l’etica pubblica. Ora masse di uomini e donne in carne ed ossa, smarriti, arrabbiati, schifati, fuggono nell’astensione o usano il voto come grido di protesta o per indicare la prospettiva di una politica purificata. L’idea che il “soggetto cattolico” potesse ereditare il comando, approfittando del crollo del berlusconismo, svanisce in “quel cumulo di macerie” del moderatismo che Pier Ferdinando Casini ha avuto l’onestà di riconoscere. Se poi qualcuno fra i partecipanti di Todi – e ce n’erano – accarezzava il progetto di un movimento confessionale nuovo di zecca, può lasciare perdere. L’Italia resta bipolare. Dunque era motivata la prudenza del presidente della Cei, cardinale Bagnasco, quando l’ottobre scorso in Umbria si attestò realisticamente sull’unica posizione possibile. Interloquire con la società così com’è. “La comunità cristiana – disse – deve animare i settori pre-politici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica”. Un approccio differente da certe frettolose indicazioni provenienti dal Vaticano, che pretendevano di decretare la fine della dispersione dei credenti nelle varie aree politiche per spingerli a una forzosa convergenza.

Il voto di maggio, invece, riconferma che i cattolici dividono il loro voto su tutto l’arco delle proposte elettorali. Da Pdl e Lega all’Udc, al Pd, ai partiti di Grillo, Vendola e Di Pietro. È un trend annunciato dalle inchieste sociologiche ripetutesi negli ultimi 15 anni. Soltanto che molti nella gerarchia ecclesiastica e fra gli aspiranti rifondatori di un cattolicesimo politico non ne hanno voluto testardamente tenere conto.

Ancora nel dicembre scorso un’inchiesta Ipsos per conto delle Acli certificava che per il 61 per cento dei cattolici la propria coscienza prevale sulle indicazioni dei vescovi, mentre il 62 per cento ritiene che un’“organizzazione dei cattolici è sbagliata, non bisogna confondere religione e politica”. È tramontata perciò la prospettiva di un impegno dei movimenti cattolici nell’ambito socio-politico? Forse no. Piuttosto è mutato radicalmente lo scenario. Sepolta appare la stagione di un cattolicesimo politico guidato dai vescovi. Fuori dalla storia è la tendenza, tuttora perdurante in gran parte dell’associazionismo, di attendere l’imbeccata dalle gerarchie. L’unica strada percorribile appare quella del rischio e della responsabilità in prima persona. Come fanno i fedeli, che si danno alla politica negli Stati Uniti o in Francia, senza aspettarsi benedizioni dall’alto. Si apre lo spazio per movimenti che sanno mobilitarsi e mobilitare su tema precisi, unendo credenti e diversamente credenti. Come è stato il referendum sull’acqua, che ha visto lottare insieme l’associazionismo cattolico e laico. Lo stesso potrà o potrebbe accadere su questioni riguardanti il lavoro giovanile, il sostegno alla famiglia come nucleo sociale (nelle sue forme vecchie e nuove, senza fumisterie ideologiche), l’ambiente, la riforma dello Stato. Esistono sottotraccia nella galassia cattolica molte energie e idee. Il loro ruolo non è finito, a patto di rendersi conto che è finita l’epoca della delega. O delle timidezze. Come le Acli che hanno rinunciato a premere per il contratto d’ingresso prevalente per il lavoro giovanile.

Nelle urne gli italiani non si dividono più tra cattolici e non cattolici, ma in base alle richieste e alle proposte. Il “soggetto unico cattolico” è tramontato. Definitivamente. Resta la scena per tanti protagonisti cattolici. Se hanno qualcosa da dire. E magari evitano di ammantare di cristianesimo – come Formigoni e Cl – lobbismo e manovre di potere.

Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2012