Il mondo della musica – è cosa risaputa – vive da anni un periodo di crisi e non se ne intravede una via d’uscita: si vendono sempre meno dischi e l’acquisto di musica online, nonostante gli slogan lanciati a intermittenza, non riesce a pareggiare le enormi perdite. Tagliare i costi è l’unico modo per gli artisti, soprattutto gli emergenti, di ritagliarsi uno spazio sul mercato. Gli Mp3, che hanno fatto la loro comparsa mentre si stava escogitando un modello matematico della percezione acustica umana per capire quali dati fossero scartabili in quanto sfuggivano all’ascoltatore medio nella situazione d’ascolto media, ha dato il via libera a quella fastidiosa piattezza del paesaggio sonoro cui gli Mp3 via via ci stanno abituando.

Naturalmente, i “vecchi amanti” della musica, continuano a preferire il disco in vinile, ma nonostante possa esser considerato un pezzo d’antiquariato, sembra che il suo ritorno sia già in atto da alcuni anni. “Il fatto che le major stesse abbiano ripreso a stampare dischi di grandi rockstar come Madonna è un fatto non da poco – afferma Paolo Campana autore del film documentario “Vinylmania, quando la vita corre a 33 giri al minuto” scelto quest’anno come simbolo del Record Store Day nel mondo – È ovvio che non si ritornerà mai come negli anni ’70. Oggi la musica passa attraverso tanti altri canali che non sono più solo la radio, il giradischi o le cassette… ma finché ci sarà chi lo compra e lo scambia, il vinile continuerà a esistere, soprattutto se i vecchi collezionisti saranno in grado di passare il testimone alle generazioni più giovani. In questo senso spero che questo film serva a qualcosa, a preservare un patrimonio umano che ci appartiene. Se non fai esperienze, non vivi e anche se perdi tutto vale la pena averlo vissuto. In questo senso vedo nel vinile una sorta di metafora del vivere la vita”.

Paolo, cos’è che secondo te fa preferire ancora oggi il vinile agli altri supporti?
Si potrebbe parlare di copertine, di suono, di esperienza fisica del supporto. C’è anche chi ne ama l’odore, ma sono convinto che l’interesse per il vinile vada oltre… l’interesse scaturisce dal fatto che dà l’impressione di acchiappare e trattenere qualcosa di etereo come è la musica. Il fatto di tirare fuori un disco, toccarlo, metterlo sul piatto è una sorta di rito, un’esperienza vera. Oggi penso che i giovani abbiano bisogno di questo tipo di esperienze e il vinile rendendo tangibile il rapporto con la musica è l’ideale. I dischi, inoltre, hanno il potere di ricollegare la musica ai tuoi ricordi e se non ne hai avuti ti fanno comunque viaggiare dentro a un sapere collettivo… la storia della musica. I dischi per me sono come delle piccole macchine del tempo che fanno viaggiare nello spazio… questa è la loro magia più grande.

Per girare questo film hai organizzato un vero e proprio viaggio nel mondo del 33 giri: cos’è che ti ha colpito maggiormente?
È stato incredibile, il fatto di visitare tanti paesi, più di 11 città lontanissime tra loro, tra cui New York, San Francisco, Londra, Praga e Tokyo… Mi ha colpito molto il viaggio in Giappone, il confronto con un’altra cultura e scoprire che in un isolato di Shibuya a Tokyo ci potessero essere una decina di negozi di dischi tutti completamente diversi tra loro in base al genere. Mi ha colpito molto incontrare e conoscere Sanju Chiba, un anziano ingegnere che in Giappone produce e vende il giradischi al laser, il fatto di riuscire a passare con personaggi come Winston Smith, autore delle copertine di Dead Kennedys, lunghi momenti per conoscersi e per condividere delle esperienze insieme che andassero oltre alla semplice intervista. Così è stato con molti dei personaggi che ho incontrato per il film, trovare una dimensione più autentica che andasse oltre al filmare mordi e fuggi.

Quanto ha perso secondo te, se ha perso, la musica con l’avvento della tecnologia?
Tanto? Nulla? Quando avevo 16 anni compravo un disco o lo registravo perché magari non potevo permettermelo. E magari, come nel caso dei Joy Division non sapevo che faccia avessero, a parte qualche sporadica foto in bianco e nero apparsa su fanzine e giornali di musica. Tutto era magico, sembrava che la musica fosse avvolta da una sorta di mistero che la rendeva affascinante e più immediata. Ora in Internet c’è tutto di tutti, affoghiamo nei dati, si è forse perso qualcosa? Chi lo sa? Il troppo toglie. Non sono nemico di Internet e del digitale, come non sono nemico di Mp3 e del downloading, dico semplicemente che ci sono tanti modi per apprezzare qualcosa ed entrarci dentro. Per me il digitale può servire per scoprire qualcosa di nuovo in modo rapido, ma se vuoi poi approfondire, il vinile è il piatto migliore per farlo.

Credi che il vinile possa indossare i panni da salvatore dell’industria discografica? Oppure è destinato a essere un oggetto per collezionisti?
L’industria musicale da quand’è che è in crisi? Da sempre forse! I profitti non gli sono mai bastati… L’industria musicale è vorace, ma c’è anche chi produce buona musica senza sfruttare gli artisti. Sta ai consumatori avere anche riguardo nei confronti di chi segue. Sicuramente l’aver denigrato il vinile da parte delle Major per sfruttare il cd gli si è ritorto contro e sono state sconfitte dalle loro stesse armi. Per quanto riguarda il vinile, non so cosa sarà tra 20 o 50 anni… non ricordo se il Capitano Kirk avesse a bordo con sé i dischi dei Beach Boys sulla Enterprise oltre alla bottiglia di vecchio cognac del lontano XX secolo, ma una cosa è certa: finché si potrà ascoltare il vinile penso che potrà solo fare del bene alle nostre orecchie!