Il banchiere Jamie Dimon, boss della Jp Morgan, non ha cercato scuse, venerdì scorso. E’ venuta fuori una perdita di 2 miliardi di dollari nelle attività di «trading» ad alto rischio della sua banca. Il banchiere ha ammesso che i suoi non hanno saputo gestire né controllare: «Non so se abbiamo commesso reati, stiamo indagando, certamente siamo stati stupidi». Niente male: parliamo della Jp Morgan Chase, la più grande e stabile banca americana. Figurati le altre.

Dimon ha ammesso: «Errori, sciatteria, valutazioni sbagliate. Una cattiva strategia, eseguita male e controllata ancora peggio: non è questo il modo nel quale vogliamo gestire i nostri business». Se non fosse che non più tardi di un mese fa aveva definito il tutto “una tempesta in una tazza di tè”, ci sarebbe da fargli un applauso. E da credergli.

Il quadro che emerge è drammatico: perdite su attività speculative ad alto rischio effettuate dall’istituto bancario usando soldi dei risparmiatori e garantite da un’agenzia federale. Lo scenario peggiore possibile, che il Congresso Usa intendeva evitare varando una norma specifica (Volcker Rule).

In questi giorni, ricevendo il materiale informativo sul mio saggio “Ufficio di scollocamento” (con Paolo Ermani, Chiarelettere), molti giornalisti hanno risposto che è troppo duro, troppo radicale, pericoloso, e che avevano difficoltà a parlarne. Risposta lecita, ma grave. Lo inseriscono in quello che chiamano il “filone dell’antipolitica”, che secondo loro è la tendenza della società attuale a drammatizzare, a gridare all’untore contro chiunque, a dare a tutti del ladro, senza distinzioni.

Mi limito a osservare che a furia di non dare spazio alle legittime, sacrosante, doverose analisi contro l’attuale sistema, si rischia che un matto spari, come è successo a Genova. Qualcuno che va fuori dal seminato c’è sempre, e l’unico modo per disinnescarlo è parlare delle cose come stanno, senza infingimenti, senza paura delle macerie, inevitabili, in cui ben presto finirà gran parte del sistema che ha dominato fin qui. Attenzione, dunque: di furbacchioni come Jamie Dimon (che a distanza di un mese ammettono ciò che avevano appena negato) c’è pieno il mondo. Fanno più danni loro o l’antipolitica? Dopo decenni in cui opinion leader, politici, controllori, istituzioni, giornalisti non hanno condannato i comportamenti speculativi e fraudolenti a tutti ben noti, c’è ancora poco tempo per cambiare approccio e rifarsi la veste bianca. Tra breve sarà tardi, e a quel punto sarà impossibile non parlare di correità.

A tutti quelli che difendono il sistema com’è configurato, invece, una domanda: come fate a credere ancora a gente come Dimon, che governa la finanza internazionale? Al di là di tutto, lasciando stare la visione complessiva, il metodo, non vi sembra ormai chiaro che sono degli imbecilli, mediamente inetti, incapaci pure a fare il loro lavoro? E come fate a fidarvi ancora?