L’avvocato Alessandro Sammarco chiese, tramite l’avvocato Balice, di incontrare Valter Lavitola durante la latitanza per sottoporlo ad un interrogatorio difensivo per conto di Silvio Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta barese su Gianpaolo Tarantini e le escort che questi conduceva dall’ex premier. La circostanza emerge dal verbale dell’interrogatorio investigativo cui l’ex direttore dell’Avanti è stato sottoposto lo scorso 5 maggio.

Approfondendo gli incontri avuti da Lavitola a Panama, in Brasile e in Argentina durante la latitanza, i pm chiedono al giornalista con quali avvocati abbia avuto contatti. Lavitola cita tra gli altri l’avvocato Moiraghi, che lo incontrò una volta da solo anche se sarebbe dovuta arrivare in compagnia di Sammarco: “Dopodichè – dice Lavitola – non è venuta più, in quanto l’avvocato Balice (difensore del giornalista, ndr) ha ritenuto non opportuno questo interrogatorio difensivo che io, invece, avrei voluto fare”. I pm chiedono delucidazioni e l’indagato spiega: “Allora, l’avvocato Sammarco si era proposto di fare un interrogatorio difensivo nei conf… nell’interesse di Berlusconi aveva contattato l’avvocato Balice”. I pm vogliono sapere nell’ambito di quale inchiesta dovesse svolgersi questo interrogatorio difensivo e Lavitola replica: “E che ne so io?! Credo nella vicenda di Bari”.

I pm sollecitano altri particolari, ma Lavitola afferma: “Perchè non glielo chiede a lui? Così lo sente, voglio dire; io non lo so che cosa voleva venire a fare; lui disse che voleva venire a fare un interrogatorio difensivo; Balice gliel’ha detto; e gli aveva scritto, una come si chiama, e Balice”. Di lì a poco Lavitola chiarisce di non avere mai avuto contatti diretti con Sammarco, il quale ha invece avuto uno scambio di mail con il collega Balice. Proprio Balice si è opposto all’interrogatorio difensivo: “Questo aveva deciso di venire a fare l’interrogatorio difensivo; Balice si è opposto a questa cosa e questo qui non è venuto”.

Negli interrogatori con i pm Lavitola racconta anche che i soldi di Silvio Berlusconi versati all’imprenditore Gianpaolo Tarantini, proprio tramite l’ex direttore dell’Avanti, sarebbero stati affidati ad un amico brasiliano, al quale Lavitola aveva venduto alcune barche. L’indagato smentisce l’esistenza di un conto corrente in Uruguay, di cui lui stesso aveva parlato nei mesi scorsi. “L’accordo con Berlusconi e con Tarantini, come emerge anche chiaramente dalle intercettazioni era questo: Valter, tu metti a disposizione cinquecentomila euro a Tarantini all’estero, perché lui vuole andare a lavorare all’estero; non era vero che lui voleva andare a lavorare in Jugoslavia o dove acciden… lui voleva andare a lavorare in Brasile o a Panama, perché la’ si sentiva da me tutelato, e io te li do qua, per te va bene? Mi chiese il Presidente; io dico: okay; cosi’ – è il racconto di Lavitola – stazionai cinquecentomila dollari… euro a disposizione di Tarantini li’, custoditi presso questa persona di cui io mi fidavo ciecamente e che me li avrebbe messi a disposizione in qualsiasi momento con trenta giorni massimo di preavviso per poterli collocare su un conto corrente bancario; punto; Berlusconi mi da’ qua cinquecentomila euro in contanti in più tranche, siccome lei capira’ benissimo che cinquecentomila euro non sono cinquemila euro, che tu puoi tenere nel cassetto, e siccome lei capirà benissimo che dopo la questione di Fini e dopo le attenzioni di Bocchino (che Lavitola a verbale ha detto di temere, ndr), che mi dicono essere ben introdotto in un sacco di posti, io non avevo certamente la poca intelligenza di tenere cinquecentomila euro a casa mia, nel cassettino o tanto meno nella cassaforte”. Lavitola ha anche ribadito la presunta ostilità nei suoi confronti di Gianni Letta e dell’avvocato Niccolò Ghedini. 

Intanto questa mattina la procura di Napoli ha espresso parere negativo alla revoca dell’ordinanza di custodia cautelare l’uomo che si definì imprenditore ittico. Nel corso dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame Lavitola è stato paragonato dai pm al boss mafioso latitante da anni Matteo Messina Denaro. Nell’insistere sulla necessità di mantenere la custodia cautelare per il giornalista, i pm hanno sottolineato la grande disponibilità di denaro di Lavitola e la sua formidabile rete di contatti: risorse, a giudizio dei pm, paragonabili appunto a quelle di cui dispone un boss della mafia. 

Gli inquirenti napoletani hanno anche ascoltato come teste oggi l’avvocato Gennaro Fredella, al quale Valter Lavitola avrebbe chiesto di fare da intermediario nei confronti di Silvio Berlusconi perché questi gli desse 5 milioni. A parlare di Fredella era stata Maria Lavitola, sorella di Valter, che si era presentata spontaneamente agli inquirenti che indagano su finanziamenti all’Avanti e corruzione internazionale, Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock.

Secondo la donna, il cui verbale è confluito nell’ordinanza a carico del giornalista, il fratello aveva consegnato all’amica Neire Cassia Pepes Gomez una lettera per Fredella nella quale gli chiedeva di farsi portavoce con Berlusconi della sua necessità di denaro. Secondo Maria Lavitola, Neire Cassia doveva consegnare a Fredella “una lettera scritta da Valter che aveva come oggetto Berlusconi. Mi disse – prosegue la donna – che si era recata presso lo studio romano del Fredella e presso lo stesso aveva dato le indicazioni al predetto professionista relative alle società. Nel corso dell’incontro telefonò Valter all’avvocato a mezzo di Skype. Chiese se la Neire gli avesse dato la lettera e l’avvocato rispose di no. A questo punto gli chiese cosa riguardava la lettera e Valter gli mostrò un cartello con sopra scritto “Berlusconi”.

A detta della Neire l’avvocato fece un salto sulla sedia, di seguito Valter chiuse la conversazione. A questo punto Neire spiegò a voce il contenuto della lettera dicendo che Valter voleva che lui si recasse da Berlusconi per chiedere la somma di 5.000.000 di euro. Non appena disse ciò l’avvocato la bloccò e disse che non ne voleva sapere nulla. Quindi Neire non consegnò la lettera all’avvocato. “A questo punto – prosegue Maria Lavitola – io chiesi a Neire a che titolo Berlusconi dovesse dare questi soldi a mio fratello e lei mi rispose che era una tattica, nel senso che se gli dava questi 5.000.000 di euro andava tutto bene mentre se non li dava Valter, una volta tornato in Italia, avrebbe avuto tutte le giustificazioni anche morali per dire tutto quello che sapeva su Berlusconi. Insomma a dire della Neire non bisognava spiegare a Berlusconi il motivo della richiesta. Non c’era bisogno. Io sconsigliai a Neire di svolgere l’operazione, così come voleva mio fratello, atteso il rifiuto dell’avvocato, cioè di andare personalmente da Berlusconi a richiedere la somma”.