Il caos che sta travolgendo la Grecia ha almeno un lato positivo: ci mette di fronte a tutti gli errori che non dobbiamo commettere. Due progetti di aiuti per la Grecia: per 110 miliardi e per 130. Le condizioni: consolidamento delle finanze pubbliche e riforme strutturali, cioè economie e produzione di ricchezza; dunque riduzione della spesa pubblica (stipendi e pensioni, costi della politica, della Pubblica amministrazione e della produzione di beni e servizi statali) e relazione diretta tra lavoro e ricavo: se il posto di lavoro non è produttivo si taglia.
 
I governi della Grecia ci hanno provato: prima un governo politico e poi uno tecnico. Hanno emanato le leggi necessarie, le hanno attuate (in parte) e i soldi sono arrivati, 75 miliardi erogati finora. I cittadini non hanno condiviso queste scelte, ci sono state le elezioni ma non è stato possibile formare un governo. L’ultimo a rifiutare l’incarico è stato l’esponente della sinistra radicale. Per fortuna: il suo programma era non pagare i debiti contratti con la Ue e abrogare le riforme fatte fino ad allora. Forse andrà così nonostante tutto; la Grecia uscirà dall’euro e dovrà cavarsela da sola. Ma, senza i soldi Ue, già a giugno non potrà pagare stipendi e pensioni.
L’unico errore che l’Italia, rispetto alla Grecia, non ha fatto finora è quello di truccare i bilanci dello Stato; gli altri stiamo per commetterli tutti. Proteste diffuse contro la pressione fiscale, il blocco degli stipendi e delle pensioni, l’adozione dell’Imu, la riforma del lavoro, le poche liberalizzazioni fatte. Lo slogan di ogni cittadino è: perché, prima di prendersela con me, non fanno questo o quest’altro? Bisogna tassare i grandi patrimoni; in effetti quelli immobiliari sono tassati con l’Imu che, essendo calcolata a metro quadro, è sostanzialmente progressiva. Quanto a quelli mobiliari, sarebbe giusto: peccato che non appena arrivasse una patrimoniale i capitali emigrerebbero in Asia. Bisogna diminuire le imposte: sarebbe bello ma bisogna pagare un debito pubblico di 2.000 miliardi di euro; e noi produciamo solo 1.700 miliardi all’anno (il famoso Pil); se non la smettiamo di fare debiti e non paghiamo quelli pregressi finiamo appunto come la Grecia. Non dobbiamo toccare diritti e garanzie dei lavoratori: sta di fatto però che il lavoro non può essere una variabile indipendente rispetto alla produttività.
Insomma se i cittadini non capiscono che si devono bloccare le uscite in attesa di veder aumentare le entrate; che non spendere dà benefici immediati e che aumentare la produttività, se ci si riesce, li darà tra 3 o 4 anni, allora siamo finiti: ci aspettano la bancarotta, l’uscita dall’euro, l’inflazione a 2 cifre al mese. In una situazione del genere la spesa al supermercato si fa il giorno stesso in cui si è ricevuto lo stipendio, spendendolo tutto e facendo provviste per tutto il mese (si capisce, se i soldi bastano); perché il giorno dopo il pane e la pasta costano il doppio e nessun lavoratore è in grado di comprarli. In una situazione del genere lo Stato non riesce a pagare stipendi e pensioni; le imprese private fanno bancarotta e i lavoratori perdono il posto di lavoro. In una situazione del genere scoppia la guerra civile e arrivano i dittatori. A questo dovremmo pensare quando, nel 2013, torneranno i partiti e la loro politica fondata sul consenso e al diavolo tutto il resto.

Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2012