Chiunque sia stato a piazzare a Damasco le due bombe che, secondo le ultime stime, hanno causato almeno 55 morti e oltre 372 feriti, di cui molti in gravi condizioni, una cosa è chiara: la crisi siriana fa un ulteriore, e ulteriormente preoccupante, salto di qualità. Chiunque abbia messo le bombe ha scelto con cura il bersaglio: la zona delle esplosioni ospita alcuni edifici dell’intelligence militare di Damasco, compresi quelli della cosiddetta Palestine Branch, un settore delle forze di sicurezza interne creato negli anni ’50 per interrogare presunte spie israeliane e poi passato a gestire i 500 mila profughi palestinesi in Siria, prima di diventare uno dei tanti rami dell’apparato repressivo del regime, e anzi uno dei più temuti e famigerati.

Il regime di Bashar Assad, attraverso la tv di stato che ha mostrato le immagini degli attentati, accusa i ribelli e i gruppi armati del Free Syria Army. Le opposizioni, il Consiglio nazionale siriano, e lo stesso Fsa accusano di rimando il regime che, secondo loro, è invischiato in una strategia della tensione a doppia lama. Da un lato, serve a compattare quel che resta di consenso interno e a spaventare quei siriani che non hanno ancora scelto da che parte schierarsi, agitando la prospettiva di una deriva “irachena” della situazione interna al paese. Dall’altro, dicono fonti vicine al Cns, serve a impaurire l’Europa e gli Stati uniti, già non del tutto convinti della possibilità di sloggiare Assad senza causare una nuova frattura in un Medio Oriente già piuttosto turbolento.

Negli ultimi giorni, a poca distanza dalla Siria, in Libano, sono avvenuti alcuni rilevanti sequestri di armi. Uno, in particolare, quello di una nave registrata in Sierra Leone, la Lutfallah II, battente bandiera egiziana, di proprietà siriana, bloccata nel porto di Batoun con alcune centinaia di tonnellate di armi. Le autorità libanesi hanno incriminato 21 persone, compresi alcuni funzionari doganali, e stanno cercando di capire sia da dove vengano quelle armi (i magazzini di Gheddafi caduti nelle mani dei guerriglieri libici?) sia a chi fossero dirette (i ribelli siriani o le forze irregolari del regime di Assad?). Ad aprile, sempre in Libano, c’era stato un altro consistente sequestro di armi libiche, comprese munizioni di grosso calibro.

Quello che è certo è che, come ha avvertito oggi Terje Roed-Larsen, inviato dell’Onu per il Medio Oriente, “abbiamo motivo di credere che ci sia un flusso di armi in entrambe le direzioni, dal Libano alla Siria e dalla Siria al Libano”. “Quello a cui stiamo assistendo nella regione – ha detto Roed-Larsen nella nota inviata al Consiglio di sicurezza dell’Onu – è una danza della morte sul bordo dell’abisso della guerra”. La situazione in Siria, secondo il diplomatico, che ha una lunga esperienza di Medio Oriente, “ricorda quella del Libano negli anni Settanta ed è probabile che si estenda”.

I commenti a caldo all’attentato di Damasco, a partire da quello del ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi, evidenziano questa preoccupazione. Terzi ha ventilato l’invio di una forza Onu “più robusta”: al posto delle poche decine di osservatori disarmati, il titolare della Farnesina ipotizza alcune migliaia di caschi blu, schierati in base al Capitolo VII della Carta dell’Onu, cioè armati. Pochi giorni fa, Kofi Annan, l’unico che finora era riuscito a trovare una fragilissima mediazione, ha detto che il piano di pace – ammesso che sia ancora in piedi dopo l’attentato di oggi – non è comunque “senza scadenza”. Ovvero, in mancanza di miglioramenti della situazione, il Consiglio di sicurezza potrebbe andare oltre (se si riesce a superare l’ostacolo della posizione russa).

In questo mosaico sanguinoso e ingarbugliato, fanno il loro ingresso le schegge della galassia jihadista. Che ci sia, com’è possibile se non probabile, una firma jihadista dietro l’attentato di oggi – simile a quello compiuto nel 2008 nello stesso posto da un gruppo libanese, Fatah al-Islam con 200 chili di esplosivo – o che invece sia “solo” prodotto delle tensioni interne siriane, l’effetto sicuro è quello di dimostrare, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che la scelta peggiore, finora, è stata proprio quella di aspettare e lasciare incancrenire la rivolta siriana per più di un anno. Nel clima di violenza diffusa e apparentemente senza via d’uscita in vista, i professionisti del jihad non possono che trovare terreno fertile.

Intanto, con l’attenzione internazionale concentrata sui corpi devastati di Damasco, il regime ha potuto colpire Homs, di nuovo, con violenti bombardamenti, i più duri da quando, un mese fa, il piano Annan è entrato in vigore. Nella città icona della rivolta siriana ci sono anche undici osservatori Onu, la cui presenza poco più che simbolica evidentemente non basta.

di Joseph Zarlingo