Trent’anni fa, proprio in questi giorni, si combatteva la guerra delle Falkland. Un anniversario che ai più può sembrare desueto, ma che per chi come me a quel tempo era in età di leva, ha invece un significato.

Con la missione in Libano di quello stesso 1982, dopo una moratoria di decenni, ricominciava il coinvolgimento di truppe italiane in teatri di guerra. Così le rare immagini che ci arrivavano del lontano conflitto della Falkland ci facevano sentire esposti ad un rischio che la nostra epoca aveva sembrato escludere per sempre. Quella stessa estate, lavorando in un pub londinese, incontrai miei coetanei inglesi reduci dalla battaglia di Goose Green e dall’affondamento dell’HM Sheffield. Si sentivano eroi, mostravano ferite, fotografie dal fronte e oggetti rubati a soldati argentini uccisi. Ma tutti avevano ancora il terrore negli occhi.

Prima di allora, facce così le avevo viste solo nei documentari sulla Seconda Guerra Mondiale. I coscritti argentini che alzavano le mani davanti ai commando inglesi nei notiziari della BBC assomigliavano molto ai soldati italiani che si arrendevano agli Alleati nelle vecchie pellicole in bianco e nero che ci proiettavano a scuola. Di colpo mi accorsi che avrei potuto essere al loro posto. Le Falkland riportavano la guerra in Europa. Da allora è sempre stata presente, vicina a noi. Da allora abbiamo ricominciato ad avere caduti in guerra. Avevamo a lungo creduto che queste parole appartenessero solo ai monumenti del passato.

Oggi ci siamo invece riabituati a lutti che per la nostra generazione erano impensabili. In questi mesi è uscito in Italia un romanzo dello scrittore argentino Rodolfo Fogwil che racconta la guerra delle Falkland. “Scene da una battaglia sotterranea” non è un libro di eroismo, ma di miseria e umiliazione. I protagonisti della storia sono un gruppo di disertori argentini che si scavano un nascondiglio sotterraneo e da lì barattano provviste in cambio di informazioni tattiche con i nemici inglesi trincerati a poca distanza. “Armadilli” si chiamano fra di loro, perché come il brutto animale vivono in tane sotterranee. Non hanno valori né principi gli armadilli e così vendono agli inglesi l’ubicazione delle basi argentine, pronti a far saltare in aria i loro compagni sotto le bombe degli Harrier per un po’ di kerosene, zucchero e sigarette. Governa la banda un triumvirato di “re Magi” che non esitano a vendere anche i loro compagni come prigionieri di guerra per garantirsi la sopravvivenza.

Nessun armadillo può scappare, perché gli altri lo ucciderebbero. Se gli ufficiali argentini ne trovano uno, tutti verrebbero scoperti e fucilati. Nelle missioni per andare a barattare merci con gli inglesi molti armadilli muoiono congelati o uccisi dalle bombe. Ma la più grande preoccupazione degli armadilli è la diarrea, perché chi ce l’ha viene sbattuto fuori dalla Tana e alle temperature polari dell’inverno australe questo vuol dire morire congelati. Il romanzo è una storia di bassezze dove l’ideale della patria viene trascinato nel fango assieme alla retorica del nazionalismo. Nella melma morale e fisica del loro nascondiglio, gli armadilli hanno perso ogni dignità, ogni rispetto per il loro paese che li ha buttati in quella guerra assurda. “Cosa desideri più di ogni altra cosa in questo momento?” chiede uno degli armadilli a un suo compagno. “Scopare, scopare e essere brasiliano.” “Come, nero?” “Qualsiasi cosa. Ma brasiliano.” Un libro che fa riflettere in questi tempi di indebolimento degli Stati.

Oggi la guerra è diventata una professione e i nostri soldati sono specialisti che accettano di correre un alto rischio in cambio di denaro. Nessuno in Europa sarebbe più pronto a morire per una patria e forse questa è una fortuna. Ma se da un lato ci siamo liberati dal fanatismo della morte eroica, non ci siamo liberati dalla contraddizione insita nel fatto che la tutela della nostra libertà e della nostra civiltà prima o poi esige da noi un prezzo, un impegno, un sacrificio condiviso. Ci sono generazioni di italiani che sono vissuti in epoche in cui la storia è venuta a riscuotere questo prezzo. Noi che eravamo giovani nel 1982 ne abbiamo sentita una lontana avvisaglia nell’anacronistica guerra delle Falkland, combattuta da nostri coetanei. In questi tempi duri dove la crisi sfalda il tessuto sociale, indebolisce la solidarietà nazionale e mette tutti contro tutti, la tetra storia degli armadilli argentini ha qualcosa da insegnarci.