Severino prende una custodia nera appoggiata sul tavolo. “Ecco, questo lo abbiamo utilizzato nell’ultima campagna elettorale”, spiega il militante della sezione Pd Marangoni, quartiere Colli. È un grande manifesto con un viso sorridente. Dietro un scorcio di una luminosa Bologna. Siamo in via San Mamolo. Questa è la culla politica di Maurizio Cevenini. Al piano sotto c’è il Bar Ciccio, una volta circolo Arci, una specie di osteria di partito, oggi ritrovo soprattutto dei tifosi rossoblu, di vecchi e giovani di una delle zone più suggestive del capoluogo. Fuori dal locale le insegne del vecchio Pds e quella dell’osteria sono praticamente affiancate. Fin dagli inizi della sua carriera politica, non passava settimana senza che il Cev passasse di qui.

In questo posto il consigliere regionale, morto ieri dopo essersi lanciato dal palazzo della Regione, aveva mosso i suoi primi passi nella politica. Era ragazzino quando si iscrisse per la prima volta alla Fgci, la federazione giovanile comunista. “Era sempre il primo a fare la tessera in questo circolo – prosegue Severino, che con una sciarpa nera ha listato a lutto la bandiera del partito sulla strada – dieci giorni fa era qui per una cena di autofinanziamento, non mancava mai”.

Al bar di Ciccio, col sottofondo delle voci dei regaz che giocano a calcio-balilla, i discorsi sono tutti per lui. “Maurizio era il ragazzo di tutti qui. Meglio: era il ragazzo di tutti a Bologna”, spiega Giovanni avventore di questo bar da decenni. Anche se, ricorda, negli ultimi tempi non era più lo stesso. “Mi sembrava più spento. Gli dissi che anche se fosse diventato presidente della Repubblica avrebbe dovuto celebrare i miei 50 anni di matrimonio”. Cevenini infatti oltre che di preferenze era recordman anche di matrimoni. Cinque mila celebrati nelle sale di Palazzo d’Accursio.

“L’ultima volta è stato qui giovedì e venerdì a pranzo. Si parlava più di sport che di politica – racconta Cristian Cevenini, nipote di Ciccio, gestore del bar e vicinissimo al Cev –. Lui era un po’ più giovane di mio zio ma si conoscevano fin da ragazzini. Entrambi di San Mamolo, stesso cognome, il Cev frequentava da trent’anni questa osteria”. Sul sito web del locale c’è una vecchia foto: Ciccio, il Cev e Romano Prodi, molti anni fa quando il professore era appena diventato per la prima volta premier.

Cevenini qui era anche questo. Il trait d’union tra la grande politica e quella della gente comune. Del resto quale fosse il sogno del Cev tutti lo sanno a Bologna, e qui a San Mamolo in particolare. “Lui voleva fare il sindaco. Il partito si era visto costretto a candidarlo, e la sua vittoria politica l’aveva già avuta, peccato che non riuscì a coronarla”.

Un comune denominatore dei bolognesi era l’amore per Cevenini. “Era il sindaco di tutti era una persona eccezionale”. “Era una persona sempre a disposizione delle attività del circolo pur essendo una persona di una certa importanza in Regione. Lui partecipava sempre”, ricorda Vittorio Franchi, segretario della sezione Marangoni. “Era una persona perbene, equilibrata, solo questo si può dire di Cevenini”, spiega ancora Severino.

Ormai è quasi sera in via San Mamolo. I ragazzi sotto la tettoia del cortile proseguono le loro interminabili sfide a calcio balilla. I più grandi fanno aperitivo. Alla tv c’è la finale di coppa Uefa, alcuni anziani avventori la seguono con un bicchiere di vino davanti. A fianco a loro la vecchia maglia rossoblu numero 5 è appesa sulle pareti dell’osteria. Era di Cevenini e sopra c’è una dedica: “A Ciccio, l’inimitabile”. Firmato: Cev”.