Il 9 maggio del 1978 la mafia spegneva la voce di Peppino Impastato, che dai microfoni di Radio Aut aveva lanciato una sfida aperta ai padrini. Trentaquattro anni dopo, l’eredità del giornalista di Cinisi viene raccolta idealmente dal Giornale Radio Sociale e dal Forum del Terzo Settore, attraverso la campagna “Con la voce di Peppino”: un programma radiofonico in quattro puntate, in onda a partire dal 9 maggio, che usa lo stesso mezzo di Impastato per denunciare una realtà molto attuale nella lotta alle mafie: la difficile gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata.

La campagna radiofonica non è la sola iniziativa in ricordo di Impastato: a Cinisi sindaci da tutta Italia, invitati dall’associazione Avviso Pubblico e dalla Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, si sono dati appuntamento davanti alla casa del giornalista, per percorrere i “cento passi” che separano l’abitazione da quella del boss Tano Badalamenti.

Oggi “i nuovi cento passi – spiegano gli organizzatori di Con la voce di Peppino – sono gli stessi che percorrono le tante organizzazioni del Terzo settore che gestiscono beni, immobili, terreni e aziende confiscati ai clan in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia. Ogni giorno tanti cittadini, molti dei quali giovani, subiscono minacce e atti intimidatori, spesso nel silenzio generale”. Le loro esperienze sono legate, secondo gli organizzatori, all’impegno di Peppino Impastato dallo stesso obiettivo: ridare speranza al Mezzogiorno e liberarlo dal giogo delle mafie.

Sull’utilizzo dei beni confiscati, però, le posizioni sono tutt’altro che concordi. La questione è tornata di attualità dopo che il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, ha aperto all’ipotesi di vendere i beni confiscati. La titolare del Viminale ha preso spunto dal progetto pilota del presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, per provare a mettere a reddito questi beni: si tratta di un patrimonio da 20 miliardi, che lo Stato non riesce a far fruttare. Per il ministro “la legge che regola il sequestro e la confisca dei beni va rivista, e soprattutto vanno rivisti i criteri base dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati. Senza scomodare categorie impegnative, dico che la legge sui sequestri, la confisca e il riutilizzo dei beni (la legge Rognoni-La Torre, ndr) è un dispositivo di norme concepite molto tempo fa, quando i sequestri erano oggettivamente pochi. Oggi sono molti di più, tanti e soprattutto molto diversificati: quindi vanno cambiate le regole. Per questo, d’accordo col ministro della Giustizia Paola Severino, penso a un disegno di legge che consenta un ampio dibattito parlamentare su un tema così delicato”.

Delicato e pericoloso: mettere in vendita i beni sequestrati alle mafie porta con sé il rischio che le proprietà passino di nuovo in mani criminali, attraverso un facile gioco di prestanome. Nel 2009 l’associazione Libera di don Luigi Ciotti si era spesa in prima persona per chiedere lo stop a un emendamento, previsto dall’allora legge finanziaria, che prevedeva la vendita dei beni confiscati che non venivano destinati entro tre o sei mesi. Ora il ministro rassicura: “Non dobbiamo aver paura di mettere in vendita i beni confiscati. Il rischio che tornino nelle mani dei clan esiste, ma vorrà dire che saranno nuovamente sequestrati e confiscati e lo Stato ci guadagnerà due volte”. Parole destinate a far discutere, come le aggiunte sull’Agenzia nazionale per i beni confiscati, che “deve trovare la forza di autoalimentarsi, non può diventare un peso per lo Stato” e sull’ipotesi di creare un fondo per la gestione degli immobili, per il quale la stessa agenzia “deve trovare le risorse al suo interno”.

Di certo la situazione attuale non è rosea, per chi si assume la responsabilità di gestire i beni sequestrati alle mafie. Spesso le associazioni devono sperare in donazioni o contributi, come quello offerto da Unicredit alla cooperativa sociale Alfa Onlus di Vittoria, nel ragusano. Il finanziamento verrà utilizzato per i lavori di manutenzione del caseggiato (confiscato alla mafia insieme a due ettari di terreno) in cui la coop gestisce da sei anni una comunità per minori a rischio. La prima linea della lotta alla mafia passa anche da qui.