Pubblichiamo uno stralcio di “L’aria che tira. Noi e i nostri soldi in tempo di crisi” di Myrta Merlino (Sperling e Kupfer, prefazione di Gianni Stella). Il libro, che trae spunto dall’omonima trasmissione di La7 condotta dall’autrice, dà voce a centinaia di cittadini, interpretando ansie e speranze e offre una serie di approfondimenti sui temi economici che toccano la maggior parte degli italiani. Dalla la spesa alla recessione, fino ai mutui e risparmi a rischio. Si parla anche di lavoro che c’è e di quello che manca, di evasione e pensioni. Il primo capitolo “Evasori e tartassati” si apre con la lettera di Eugenio, ex falegname che per dodici anni ha lottato contro un errore di Equitalia.

“Se lo stato non paga”

Cara Myrta,

mi chiamo Eugenio e sono un ex falegname di Torino. Sono purtroppo costretto a usare la parola ex perché ho perso tutto: il mio laboratorio e i tre negozi di mobili che con impegno e fatica la mia famiglia amministrava da generazioni. Il mio incubo è iniziato nel 1999 con la morte di mio padre, a seguito della quale ho consultato un commercialista per effettuare un condono tombale sulla nostra attività. Poiché ne divenivo il proprietario dopo decenni di servizio, non volevo ereditare assieme a essa anche qualche vecchio debito con l’Agenzia delle Entrate.

Da un grave lutto famigliare ho voluto trovare un nuovo inizio, facendo pulizia e ricominciando a lavorare sodo sul futuro della mia famiglia nella legalità. Non appena mi è stata comunicata l’entità del condono l’ho pagato in un’unica rata e sono tornato a godermi la mia falegnameria; ma pochi mesi più tardi Equitalia mi ha contattato comunicandomi che il condono non era stato eseguito in maniera corretta e che pertanto sarebbe stato invalidato. Ho subito denunciato il commercialista a cui mi ero rivolto per scarsa perizia ma lui ha sempre sostenuto di aver svolto bene il suo lavoro.

Mi sono rivolto dunque a una trentina di commercialisti e avvocati, ma tutti i professionisti hanno confermato che il condono era stato effettuato correttamente. Questa operazione mi è costata 75.000 euro, dodici anni della mia vita e pesanti crisi depressive che hanno coinvolto me e i miei parenti più cari, portandomi alla dipendenza da psicofarmaci e a un urgente trapianto di fegato. I miei conti correnti sono stati pignorati, le case e i mobili ipotecati. Pezzo dopo pezzo, la mia vita è stata distrutta. Ora, dopo anni di tribunale, la Cassazione finalmente mi ha dato ragione: Equitalia ha dovuto riconoscere di aver commesso uno sbaglio all’epoca dell’archiviazione della mia pratica e mi ha inviato i provvedimenti di annullamento per tutte le cartelle esattoriali emesse. Oggi mi rivolgo a Lei in cerca di sostegno nel divulgare la mia storia: sento la necessità di lanciare un appello affinché le sofferenze a cui io e la mia famiglia siamo stati sottoposti non si ripetano. Chiedo a Equitalia e alle altre istituzioni l’assicurazione di controlli più approfonditi e attenti, e di un personale formato in maniera più completa. Nessuno merita di perdere lavoro e salute per una svista.

Eugenio

La storia di Eugenio non è una fra tante. È la storia delle storie, è il racconto di un uomo che nel suo piccolo ha vissuto e si è fatto carico, con tenacia e coraggio, di molti dei problemi che oggi affliggono il nostro Paese. È per questo che vorrei partire dal vissuto di quest’uomo per raccontarvi la nostra Italia, un’Italia di evasori, sì, ma anche un’Italia di tartassati. Di piccole-medie imprese che scontano l’inefficienza e i disservizi della Pubblica Amministrazione e della Giustizia e di privati cittadini che si ritrovano con le tasche svuotate per ripagare un debito pubblico da record mondiale e uno spread che ci toglie il fiato. Ma cosa c’entra poi lo spread con le tasse che paghiamo e con le «insaziabili» imposte dello Stato?

Cerchiamo di capirlo insieme, perché è così che la drammatica storia di Eugenio comincia a Torino e finisce, o quasi, negli studi del nostro programma a Roma, dove a ottobre dello scorso anno, dopo aver ricevuto la lettera che avete letto, ci siamo conosciuti di persona. L’incontro non è stato dei più semplici, perché accanto a Eugenio, quel giorno, sedeva l’uomo che rappresenta l’istituzione che per dodici lunghi anni ha ritenuto responsabile delle proprie sciagure. Quell’uomo si chiama Attilio Befera ed è il presidente di Equitalia, l’agenzia che bussa alla porta dei cittadini per riscuotere le tasse non pagate. Il problema, a ogni modo, è che Eugenio non è solo in questa tempesta.

Il Paese è pieno di storie come la sua, di artigiani e piccole-medie imprese che si trovano in crisi e hanno difficoltà a pagare il Fisco. E in questi casi, purtroppo, incontrano uno Stato poco comprensivo che, oltre a pretendere il pagamento immediato, applica sovrattasse e interessi proibitivi quando non si riesce a pagare immediatamente. Non si capisce allora perché lo Stato applichi due pesi e due misure. E già, perché lo Stato ha un debito enorme con le imprese, che ammonta ormai a 100 miliardi di euro. Un debito che, nel febbraio 2009, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha definito «una vergogna nazionale». Da allora sono passati quasi tre anni e la frase continua a essere estremamente attuale, e non solo: mentre l’economia ha cominciato a colare a picco, quel debito ha continuato a crescere.

Stando a quanto ci racconta l’Ordine dei commercialisti, il ritardo medio della Pubblica Amministrazione nei pagamenti è di 86 giorni, quasi tre mesi. Sembra poco, ma la media europea negli ultimi anni è rimasta stabile sui 27 giorni, a differenza della nostra che è progressivamente peggiorata. Per gli imprenditori lasciati in braghe di tela, però, il danno è doppio: in primo luogo devono far fronte all’indisponibilità, ovvero all’impossibilità, di spendere i soldi che aspettano di percepire dallo Stato, magari rimandando l’acquisto di materie prime o addirittura la corresponsione degli stipendi ai propri dipendenti; il secondo danno che subiscono è quello di doversi indebitare a loro volta per tirare avanti. Presi nel loro insieme, si stima che gli imprenditori creditori dello Stato abbiano a loro volta acceso debiti il cui costo totale, interessi compresi, ammonta a quasi 2 miliardi di euro. In altre parole, in attesa di ricevere i soldi dallo Stato, gli imprenditori chiedono denaro in prestito alle banche ma, per ogni ulteriore ritardo sul pagamento, gli stessi sono costretti a pagare interessi aggiuntivi sul prestito bancario. In totale, appunto, 2 miliardi di euro. Come se non bastasse, ci rimette la società tutta.

Molti imprenditori, infatti, coscienti dei rischi legati ai rapporti di lavoro che intrattengono con le Pubbliche Amministrazioni, rincarano i prezzi dei beni e dei servizi offerti già alla base, con un danno al sistema Paese di 1,6 miliardi di euro. E questo perché lo Stato lo finanziamo noi con le tasse, quindi il costo aggiuntivo di computer, stampanti e timbri lo paghiamo noi contribuenti ogni anno. Come mai noi cittadini dobbiamo pagare subito, anche se ci troviamo in difficoltà, mentre lo Stato non paga i suoi fornitori? E perché se abbiamo un’impresa e versiamo l’IVA sul nostro fatturato non ce la vediamo poi restituire per tempo dallo Stato sugli acquisti effettuati? Ebbene, spesso la ragione è che le nostre Pubbliche Amministrazioni si parlano fra loro poco e male, come ci racconta un’altra nostra amica, Tiziana Lo Monaco. Cinquant’anni e consulente presso i tribunali da quasi venti, Tiziana deve ancora ricevere dallo Stato ben 60.000 euro per il lavoro che ha svolto negli ultimi anni: 60.000 euro. Un’enormità! Tutto prende il via nel 2006, quando all’orizzonte si affacciano i primi sintomi della crisi che viviamo oggi e Tiziana inizia a ricevere in ritardo i primi pagamenti dal Tribunale di Torino. Si comincia con qualche mese e si finisce con più di tre anni, tanto che Tiziana incassa solo a luglio del 2011 il compenso per il lavoro svolto nel 2008. E la vita le crolla addosso: fare la spesa, pagare la benzina per recarsi in ufficio e saldare le bollette diventa sempre più difficile e, mentre i tassi di interesse del suo mutuo-casa salgono alle stelle, lei è costretta a rinegoziare con la banca la rata mensile. In ultimo, smette di pagare le tasse e i contributi, compresi quelli che fra qualche anno le dovrebbero permettere di accedere alla pensione. Ogni tanto qualche pagamento arriva, ma Tiziana ha fatto quello che avremmo fatto tutti noi: ci ha pagato le bollette e, nel frattempo, è andata a bussare alla porta dei propri genitori per chiedere un aiuto.

Ma il vero incubo ha inizio nel 2008, quando cominciano a esserle recapitate le prime cartelle esattoriali, con le quali Equitalia chiede di onorare le tasse arretrate che, a quel tempo, ammontavano a circa 8.000 euro. Tiziana decide di provare a rateizzare i pagamenti, ma al danno si aggiunge la beffa perché le viene comunicato un ulteriore importo di 9.000 euro da pagare, relativo a una vecchia richiesta di pagamento che lei aveva però già dimostrato di non dover corrispondere perché frutto di un errore. Il totale da pagare, quindi, secondo Equitalia, ammonta a oltre 17.000 euro! E a nulla è servito interloquire con i suoi uffici perché, non riconoscendo l’errore commesso, Equitalia ha proceduto a ipotecare la casa della nostra Tiziana. Tiziana si trova dunque in trappola: se vuole rateizzare, deve accollarsi anche il debito attribuitole per errore, in caso contrario deve pagare subito gli 8.000 euro dovuti. Come se non bastasse, le incessanti richieste di veder cancellata la «cartella pazza» dei 9.000 euro non dovuti non trovano risposta: la pratica è ferma – le rispondono da Equitalia – e per rimuovere l’ipoteca sulla casa dovrà versare di tasca propria le spese di cancellazione. Non si scappa. Poi nel gennaio 2011 una boccata d’aria. Il Tribunale di Alessandria è pronto a corrisponderle 11.000 euro di arretrati, di cui a questo punto Tiziana ha impellente bisogno per rimettere un po’ in sesto le sue finanze, ma arriva un’altra brutta notizia. Per una legge dello Stato, le Pubbliche Amministrazioni sono tenute a verificare che i propri fornitori e consulenti siano in regola con i pagamenti verso lo Stato prima di effettuarne a loro favore.

La legge, sacrosanta quando correttamente applicata, serve a garantire che chi lavora per la Pubblica Amministrazione non riceva soldi pubblici se, per esempio, non è in regola con il versamento dei contributi dei propri dipendenti. Nel caso di Tiziana è però evidente che manchi di buon senso. Non curante della particolarità del caso, Equitalia pignora il pagamento di 11.000 euro che il Tribunale di Alessandria deve a Tiziana per coprire il suo debito che inizialmente ammontava a 8.000 euro ma che, con il passare del tempo e il lievitare di interessi per mora, compensi di riscossione coattiva, spese esecutive e diritti di notifica, è arrivato a 11.000 euro. Gli stessi, o quasi, 11.000 euro che Tiziana si è guadagnata lavorando onestamente presso il Tribunale di Alessandria si volatilizzano così. In un soffio. Tiziana è l’esempio concreto di quanto sia facile passare dallo stato di creditore a quello di evasore. Eppure vanta un credito con i tribunali che, se fosse onorato, la solleverebbe da ogni problema. Ma dov’è finito il suo diritto a riscuoterli, magari pure con gli interessi? Se lo Stato pagasse, sono convinta che l’economia italiana riEcco come «lievitano» le cifre della cartella esattoriale quando non si paga entro i limiti di tempo stabiliti. All’ammontare delle tasse si aggiungono gli interessi di mora, il costo per la «riscossione coattiva», cioè il recupero forzato, del debito e infine le spese accessorie.

Myrta partirebbe e come me lo sono molti imprenditori italiani, quegli stessi imprenditori che, mentre aspettano i propri soldi, talvolta finiscono nelle maglie di Equitalia. In effetti, spesso abbiamo l’impressione che i soggetti maggiormente colpiti da Equitalia non siano coloro che eludono ed evadono il Fisco, quelli che si nascondono, quelli che sfuggono al sistema dei controlli, magari costituendo le proprie società in qualche paradiso fiscale o impiegando personale in nero. Ma che siano i piccoli contribuenti i bersagli facili dei controlli fiscali.