L’elezione di Fraçois Hollande sta davvero cambiando l’Europa: il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy ha convocato per il 23 maggio un vertice informale, sulla crescita. Mario Monti ha una sua idea di crescita, che è diversa da quella di Hollande: “C’è una visione keynesiana che punta su una crescita generata dalla domanda, e una visione tedesca che considera la crescita un prodotto di comportamenti etici, bisogna trovare una mediazione tra questi approcci”. Traduzione: Hollande vuole far salire il Pil con più tasse e più spesa pubblica, Monti con investimenti, mercato unico (rimuovere ostacoli al commercio tra Paesi). Uno pensa ai consumatori, l’altro alle imprese. Poi c’è la Germania, il cui riflesso è non aiutare proprio nessuno, imponendo un rigore contabile cui non intende rinunciare ma che ormai convince poco i mercati.

Nell’Europa di Hollande tutti hanno bisogno di Mario Monti. Per mesi ha lavorato, con la benedizione degli Stati Uniti di Barack Obama, per indirizzare gli eccessi fiscali di Angela Merkel nella direzione più innocua, ha tenuto agganciata la Gran Bretagna di David Cameron in rotta col rigore di Berlino, ha aggregato un fronte di 12 Paesi firmatari di una lettera per la crescita e ha tessuto una rete con gli emergenti tipo la Polonia. Con la Grecia nel caos e un Hollande che pensa più ai francesi che agli europei, con Angela Merkel che ha perso il suo sparring partner Nicolas Sarkozy, Monti è il mediatore che serve. Ieri il premier ha incontrato i giornalisti a fianco di Olli Rehn, Mister euro, il commissario europeo alle Finanze, in uno strano dibattito che sembrava più una conferenza stampa. Utile soprattutto a chiarire che la Commissione europea sostiene la linea Monti e avalla i suoi tentativi di compromesso tra esigenze francesi e paure tedesche. La benedizione di Bruxelles sarà ribadita oggi a Firenze, dove caleranno tutte le autorità comunitarie (incluso Rehn) per il simposio annuale sullo “Stato dell’Unione”.

La situazione è chiara: la Spagna è sull’orlo di una crisi bancaria terribile, epilogo di una bolla immobiliare mai sgonfiata del tutto, il governo olandese è caduto sulle misure di austerità, la Grecia pare ingovernabile dopo il voto e si torna a parlare di una sua uscita dall’euro, il Porto-gallo è uno zombie finanziario dipendente dai prestiti europei, come l’Irlanda. L’Italia appare in perenne bilico tra sommersi e salvati, con i mercati che diventeranno sempre più nervosi all’avvicinarsi delle elezioni 2013. Per questo, spiega Monti, “non possiamo più solo studiare” in vista di misure per la crescita e “mi sento davvero di poter esortare” la Commissione europea ad avere un ruolo attivo. “É importante ratificare il trattato per il fiscal compact e procedere con un’agenda per la crescita robusta”, dice il commissario Rehn.

Dopo i negoziati affidati al felpato ministro per gli Affari europei Enzo Moavero, Monti avanza due esplicite richieste alla Commissione e soprattutto a Berlino. Primo: consentire all’Italia di trasformare in debito pubblico i debiti commerciali dello Stato verso le imprese fornitrici della pubblica amministrazione (oltre 70 miliardi di euro), così da poterle pagare. Secondo: favorire gli investimenti pubblici per “un ampliamento della capacità produttiva”, evitando che la spesa che serve alla crescita venga trattata come quella corrente. Come spiega il presidente Franco Bassanini, la Cassa depositi e prestiti è pronta: appena il debito commerciale, quello verso i fornitori oggi fuori dal bilancio pubblico, comparirà diventando debito normale, la Cassa interverrà a sostegno degli enti locali e delle altre amministrazioni per aiutarle a pagare le imprese. Ma si può fare soltanto se l’Europa, e la Germania, accettano di presentare questo intervento come una misura per la crescita, “non può essere percepito come un allentamento della linea di rigore adottata in questi mesi dall’Italia”. Se ci sarà il giusto contesto, lo spread potrebbe addirittura scendere nonostante, guardando da ragionieri un bilancio con 70-80 miliardi di debiti in più, tutti gli obiettivi (tipo il pareggio nel 2013) sarebbero da archiviare. “Dopo le elezioni di domenica, è più probabile che l’Italia riesca a far valere la propria agenda europea”, sostiene Monti. Perché la Germania e i rigoristi ora possono soltanto scegliere se accettare la linea Monti o subire l’onda francese.

Un discorso strategico, preparato nei dettagli, ma con un incidente di comunicazione. Il premier, parlando dello Stato che non paga le imprese fornitrici, accenna alle “conseguenze umane della crisi” che “dovrebbero far riflettere chi ha portato l’economia italiana in questo stato e non chi sta cercando di farla uscire”. Il messaggio che passa è che i suicidi degli imprenditori sono colpa dei governi precedenti, a cominciare da quello Berlusconi, e non delle tasse dei tecnici. Monti prova a schivare le polemiche e precisa: “Non ho parlato di suicidi” e “non mi riferivo ad alcun particolare governo”. Ma è troppo tardi e la polemica oscura il ritrovato vigore europeo.

Il Fatto Quotidiano, 9 Maggio 2012