Il lavoro del governo sulla tv è lento. Aver prorogato il cda della Rai al 9 di giugno non è rock. Ciò significa che gli attuali vertici approveranno anche il palinsesto del prossimo autunno. Spostando sempre più il tempo della rifondazione della Rai. Rifondare la Rai è rock. Sono trascorsi vent’anni dalle morti di Giovanni Falcone (23 maggio 1992 strage di Capaci) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992 strage di via D’Amelio), nei prossimi giorni assisteremo alla passerella in tv di politici e istituzioni per ricordare il sacrificio dei due magistrati. Questo è lento. Dov’erano allora i politici e gli uomini delle istituzioni quando Falcone e Borsellino denunciavano la loro solitudine? È rock invece quello che stanno facendo da vent’anni Maria Falcone, Salvatore Borsellino, don Ciotti con Libera, magistrati come Ingroia, Di Matteo, Caselli, Boccassini e altri ancora, e tanti studenti che chiedono giustizia per i troppi servitori dello Stato uccisi dalle mafie. Le luci, se accese, dei media, soprattutto del servizio pubblico, sarebbero rock, ma purtroppo sono sempre più rare.
 
Peppino Impastato con un ripetitore comprato da Radio Radicale, con pochissima pubblicità e tanto autofinanziamento, riuscì a far trasmettere Radio Aut e la sua voce entrò nelle case di Cinnisi raccontando gli affari con il comune del boss mafioso Tano Badalamenti. La voce di Peppino fu fatta tacere la notte tra il 9 e il 10 maggio 1978. È da una tv di Trapani, Radio Tele Cine, che un giornalista, Mauro Rostagno (per le strade a documentare con la sua telecamera le problematiche della provincia siciliana), diede ai cittadini la possibilità di denunciare attraverso inchieste sui poteri forti: “Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono mentre i fatti succedono”. Un giorno riprese un C130 dell’Aeronautica italiana che, al posto di medicinali, caricava armi dirette in Somalia. Scoprì il rapporto tra mafia e servizi segreti. Il 26 settembre 1988 la sua telecamera si spense per sempre. Impastato e Rostagno sono rock. È rock anche un giornalista di Partinico, Pino Maniaci direttore di Telejato che per 12 anni ha raccontato la mafia, subendo prima minacce poi attentati, oggi, anche lui è destinato a rimanere solo.
 
A far tacere la sua voce non è Cosa Nostra, ma lo Stato che per recuperare frequenze chiude le tv comunitarie, le tv onlus, perché il passaggio dall’analogico al digitale terrestre è previsto solo per quelle commerciali che hanno come editore una società di capitale. Lo Stato è molto lento. Diceva Falcone: “Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole”.
 
Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2012