Stefano Tassinari, il Tas per gli amici, se n’è andato ieri mattina dopo anni di battaglia dura contro un tumore assassino. Conoscerlo e lavorare con lui è stato un privilegio perché Tassinari non è stato solo uno scrittore raffinato ma anche quello che una volta si sarebbe detto un intellettuale organico. La voglia di scrivere e di dibattere di letteratura era intimamente connessa alla sua voglia di trasformare il mondo, l’una animava l’altra e viceversa.

Tassinari aveva attraversato gli anni 70, il movimento, Avanguardia operaia prima e Democrazia proletaria dopo, giornalista al Quotidiano dei lavoratori e a Radio città futura, infine Rifondazione comunista. Questo suo essere “d’altri tempi” se lo portava dentro non come identità supponente ma come ricordo geloso di una stagione decisiva della vita italiana troppo spesso liquidata nel piombo di quegli anni. E non a caso, il suo libro di racconti dedicati agli anni 70, aveva voluto titolarlo “D’altri tempi”. Ci teneva molto al modo in cui aveva fatto rivivere una stagione, semplicemente narrando storie, personaggi legati a quell’epoca, alla vita tumultuosa di quegli anni. Senza alcun “reducismo” ma con l’idea, invece, di riattivare un “ponte” tra la sua generazione, che aveva tentato la trasformazione, e le generazioni attuali che, “quando gli chiedi chi ha fatto la strage di Bologna dicono che è stato Renato Curcio”. Era stata questa, del resto, l’ispirazione che ha mosso il libro con cui più compiutamente si è messo a confronto con quegli anni, “L’amore degli insorti”.

In Rifondazione, dove non ha mai cercato, né ottenuto, ruoli e visibilità, ha cercato di tenere alta l’attenzione per l’attività culturale lavorando in un circolo “culturale” dedicato a Victor Jara. Un comunista controcorrente che non sopportava i riti, le burocrazie e il conformismo. Che amava Trotzky – e da qui nasce “L’ora del ritorno” e “Il vento contro” dedicato – e soprattutto la sua idea di cultura e letteratura fuori e contro ogni “ordine” di partito. Contro lo zdanovismo e per la libertà dell’artista.

La capacità di organizzatore si è espressa con forza nell’attività teatrale, dove i suoi anni 70 hanno ispirato lo spettacolo “Agli angeli ribelli”, e in cui dava grande prova di interpretazione anche grazie a una voce molto bella. Sulla stessa scia le trasmissioni radio come l’ultima su Radio3, “Passioni”. 
Politica, letteratura, organizzazione teatrale, la vicepresidenza dell’associazione degli scrittori di Bologna e poi altre iniziative fino alla “Nuova rivista Letteraria”, la rivista che ha fatto nascere, di cui ha garantito l’equilibrio economico e che ha consentito a figure artistiche e intellettuali diverse (da Lucarelli a Wu Ming, da Maria Rosa Cutrufelli a Pino Cacucci) di trovare un filo comune, e di ridare prestigio alla forma rivista, grazie anche al contributo di un grande fotografo come Mario Dondero. Il 19 maggio avrebbe ricevuto dal Comune di Bologna il Nettuno d’oro; il sindaco Merola ha fatto appena in tempo a comunicarglielo qualche giorno fa in ospedale.

Della sua ultima invenzione, “Lavoro vivo”, il libro di dieci racconti di altrettanti autori, scritto per la Fiom, Carlo Lucarelli ha letto un brano dal palco del concerto del Primo maggio. Il brano era quello scritto da Tassinari e dedicato ai ragazzi che muoiono sul lavoro. In qualche modo resta il suo lascito come il numero di Letteraria a cui ha lavorato fino all’ultimo e che uscirà lo stesso anche senza il suo immancabile editoriale. Sì, lavorare con lui è stato davvero un privilegio.

Il Fatto Quotidiano, 9 Maggio 2012