La conta dei voti a Trapani non è finita, ma è certo che il crollo del Pdl non passa per Trapani dove il voto scaturito dalle urne è in controtendenza rispetto a quello nazionale. Non è una novità: la provincia trapanese è stata da sempre zoccolo duro del berlusconismo, potendo anche contare su alcuni “emuli”. E come si era pure anticipato ad apertura di campagna elettorale si è dimostrata fondata la tesi secondo la quale la partita almeno in questa parte di Sicilia sarebbe stata tutta del centrodestra. Così è stato.

Pdl da una parte, Terzo Polo dall’altra (Grande Sud, Udc, Fli ed Mpa di Lombardo). Fra quindici giorni al ballottaggio per l’elezione del sindaco andranno un ex deputato regionale di Forza Italia, Peppone Maurici, passato adesso con Grande Sud dell’ex sottosegretario Gianfranco Miccichè, e un generale dei carabinieri, Vito Damiano, ex comandante provinciale dei carabinieri a Catania e uomo dei servizi segreti (fu lui a smantellare il potere di Pollari dentro al Sismi) sostenuto da Pdl, Pid e dalla lista civica voluta dall’uscente primo cittadino Girolamo Fazio. A fare da scenario a questo risultato elettorale le vicende giudiziarie che in parte toccano il candidato Maurici e su un altro versante riguardano indirettamente il generale Damiano per i personaggi che lo hanno sostenuto.

L’ex deputato Maurici è stato chiamato in causa dal pentito Angelo Siino, che fu “ministro dei Lavori Pubblici” di Totò Riina – si occupava di pilotare gli appalti in mezza Sicilia – : il pentito ha raccontato di avere salvato tanto tempo addietro Maurici da sicura morte perché il capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, allora latitante, così aveva deciso dopo che gli era stato sottratto il controllo di una impresa; Maurici secondo Siino si salvò suo tramite mandando a Virga “i segni della sua stima”. Di recente il suo nome e’ saltato fuori da una intercettazione: a colloquio con un favoreggiatore di latitanti di mafia ufficialmente quasi nulla tenente di fatto proprietario di residence e alberghi. Con l’onorevole Maurici si è anche schierato, formando la lista “I Riformisti” l’ex vice presidente della Regione, Bartolo Pellegrino, appena dichiarato prescritto dalla Cassazione per il reato di corruzione. Il generale Damiano si ritrova in campo sostenuto dall’ex sottosegretario all’Interno, senatore Antonio D’Alì, che è sotto giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, nei suoi confronti pende una richiesta di rinvio a giudizio della Dda di Palermo (udienza preliminare prossimo 11 maggio), e dalla parte dell’ufficiale dell’Arma anche l’uscente primo cittadino, Fazio, che si trova con una condanna definitiva per tentata violenza privata.

Una campagna elettorale che ha avuto più di qualche scintilla proprio per lo scontro tra coloro i quali erano stati alleati fino all’anno scorso. Maurici si richiama all’area indicata come moderata ma che per la gran parte è formata da esponenti che furono del Pdl che hanno applaudito senza tante remore alla notizia della sconfitta (nazionale) pidiellina, perché a Trapani è stata interpretata come rivincita contro il senatore D’Alì. Il generale Damiano alla conta dei consensi non ha nascosto la delusione “perché – ha detto – mi aspettavo più voti”, come se nella sua alleanza qualcuno avesse deciso di non sostenerlo.

Terza classificata di questa competizione è stata la professoressa Sabrina Rocca che era riuscita a mettere insieme Sel, Pd e una lista civica di sinistra. Una campagna elettorale durante la quale non sono mancate voci su voto trasversale, voto di scambio e un caso clamoroso è venuto fuori, un soggetto allontanato da un seggio perché in cambio del voto consegnava come ricompensa un buono per un taglio di capelli. Non meno clamorosa l’azione di un presidente di seggio che a voto in corso ha aperto l’urna dopo avere scoperto che erano state fatte votare schede non timbrate.