Ce lo stiamo domandando ormai da lunghi mesi, da quando abbiamo iniziato un approfondito studio sul settore dei compro oro e che sinora ha ricevuto riconoscimenti unanimi.

Già lo scorso novembre avevamo annunciato una proposta di modifica dell’attuale normativa utile, a nostro avviso, a razionalizzare il settore e ad offrire gli strumenti adeguati per combattere l’infiltrazione criminale.

Perché – che ne dica Grillo – pur se il primo interesse della mafia non è quello di uccidere, mi sento di dire che lo è certamente quello di comprare, inquinando e strangolando l’economia legale attraverso l’uso di fondi sporchi.

Oggi invece la nostra attenzione è concentrata nel fotografare la situazione attuale attraverso un’indagine conoscitiva del fenomeno affinché emergano gli evidenti disequilibri che pregiudicano il lavoro di quanti (onestamente) investono il proprio tempo e il proprio denaro in attività lecitamente costituite. Il risultato di questa indagine – culminata in un dossier presto inviato al Ministero dell’Interno ed in parte reso pubblico in un noto settimanale proprio in questi giorni – mostra ancora una volta l’assenza di un sistema preventivo di controlli e di un inadeguato assessment  in chiave repressiva.

Dalla nostra ricerca è emerso come il numero dei compro oro presenti nelle banche dati digitali non risponde al dato riscontrato sul territorio. Questo avviene in tutte le città analizzate, con picchi di maggior rilievo in alcune città del sud. A titolo di esempio, nella sola città di Napoli, sono censiti 79 esercizi di questo genere, ma passeggiando nelle vie del capoluogo campano è facile intuire come ve ne siano molti di più. Questo sta a mostrare innanzitutto come sia necessario l’intervento del Ministero dell’Interno per censire in maniera ufficiale i negozi attualmente presenti, nonché le gioiellerie che hanno convertito la loro attività all’acquisto dell’oro; questo è il primo necessario passo per garantire certezza al settore consentendo alle Autorità di avere piena coscienza di chi opera nel mercato. Da qui poi l’ulteriore passo è quello di fornire adeguati strumenti normativi a chi opera onestamente per reprimere deprecabili comportamenti anticoncorrenziali che danneggiano non solo gli esercenti ma anche il consumatore ignaro. Perché, si intende, è sempre il consumatore ultimo a pagare, ossia colui che vende oro per indigenza, per difficoltà o semplicemente per sbancare il lunario.

Insomma, le difficoltà economiche delle famiglie sono linfa per attività dei banchi metalli (oltre per i banchi alimentari).

Almeno finché governi e banche non decideranno di staccare finalmente la spina alla povertà.

ha collaborato Mirko Barbetti