Diritti d’autore, doveri d’autore (Godard dixit). Il dibattito sulla questione dei diritti “minacciati” dalla pirateria Internet si muove soltanto nella direzione della difesa di un patrimonio, quello della creazione, che va tutelato. Non si parla quasi mai di un altro aspetto dell’opera intellettuale, quello delle sue ricadute pubbliche, che vanno anch’esse tutelate. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si discute se gli articoli pubblicati grazie a finanziamenti pubblici debbano essere resi disponibili a pagamento su Internet o debbano invece essere free. L’orientamento finora prevalso va nella direzione della gratuità: se anche io – in quanto contribuente – sostengo la pubblicazione di una ricerca attraverso soldi provenienti dalle casse pubbliche, perché poi dovrei pagare nuovamente per accedere a quei risultati?

La questione investe naturalmente in maniera ancor più massiccia l’audiovisivo, e il cinema in particolare. Stasera sapremo, in base all’esito delle elezioni presidenziali francesi, la sorte della famigerata legge Hadopi, arcigna sentinella in Francia contro il download illegale realizzato attraverso il P2P. François Hollande si è impegnato ad abolirla se sarà eletto. E ci sono siti che hanno sospeso la loro attività di promozione della cinefilia e della passione per il cinema in attesa dell’esito elettorale. Non si tratta ovviamente di incoraggiare la pirateria: si tratta di sviluppare un consumo multipiattaforma e anche multiforme del cinema, nella convinzione che non operando in maniera repressiva si sostenga l’intero comparto industriale. Checché se ne dica, vedere un film scaricato da Internet non è mai uguale a vederlo in sala. Andare al cinema è prima di tutto un fatto sociale (ci vado in compagnia, in certi orari piuttosto che in altri, vedo i film che vedono tutti, ecc.); poi è un’esperienza estetica (vado al cinema per esercitare i miei sensi e la mia sensibilità, e potrei farlo certo molto di meno se mi abituassi a vedere i film solo su Internet); infine è un investimento economico (spendo dieci euro, ma ne ricavo una serata densa di emozioni, esattamente come quando decido di spendere cinquanta euro per una buona cena al ristorante anziché restare a casa e cavarmela con pochi soldi).

Se tutto il dibattito sul diritto d’autore si concentra solo sull’aspetto economico, si perde di vista il vero nodo culturale del problema: occorre invece sostenere il consumo consapevole del cinema (così come fa nella ristorazione l’azione della cultura Slow Food). E d’altra parte ripensare la questione dei diritti d’autore alla luce delle nuove tecnologie, immaginando che tutti debbano fare la loro parte.

Per un verso, gli autori: è assurdo che al tempo di Internet il diritto d’autore viga per settanta anni dopo la morte dell’autore; o che non ci sia di fatto diritto di citazione nel cinema (se volessi prendere dieci secondi di Blow-up di Antonioni per metterlo in un mio film dovrei pagare cifre astronomiche: perché non si adottano criteri analoghi a quelli dell’editoria?).
Per un altro verso, il pubblico: è giusto e necessario che il consumo Internet del cinema e dell’audiovisivo contribuisca al finanziamento della produzione, per esempio attraverso una licenza globale integrata in un piccolo canone aggiuntivo da riscuotere attraverso i provider, oppure attraverso una ripartizione dei proventi pubblicitari veicolati dai contenuti audiovisivi.
Per un altro verso ancora, l’industria nel suo complesso (non solo cinematografica, ma anche musicale, editoriale, ecc.), che deve ripensare l’idea della tutela della proprietà adattandola a contesti diversi: contesti open access, contesti di sfruttamento commerciale del singolo prodotto (Dvd, VOD, ecc.), contesti di diffusione tv (generalista, pay, ecc.). Infine, lo Stato, che dovrebbe operare nel senso della salvaguardia del patrimonio audiovisivo, un po’ più incisivamente di quanto ora non faccia con i vari sistemi di Teche (Cineteche, Discoteche, ecc.).

Si passerà un giorno dalla sola cultura dei diritti anche a quella dei doveri? Oppure dovremo sempre sottostare allo strapotere delle lobby?