C’è una classe in cui entrare a fare lezione è un vero piacere e, per farmi uscire, i colleghi dell’ora successiva devono cacciarmi a forza. Nell’ultima chiacchierata sui temi dell’economia, lo spunto è venuto da una frase sentita a Radio24: “La Fiat Viaggio è pronta a sfondare nel mercato cinese”. Ho fatto notare come l’esternalizzazione delle produzioni sia ormai in atto da almeno una dozzina di anni. Più recente è quella dei prodotti, in via esclusiva. I sistemi produttivi vivono di logiche proprie. Poco gli importa se in Italia nell’ultimo anno abbiamo avuto oltre 450 mila disoccupati in più, cui vanno aggiunti 250 mila cassintegrati. Nulla si può contro queste tendenze, dirette da forze molto più grandi delle nostre.

Obiezione: per chi si produce, se la mancanza di lavoro rende tutti più poveri, fa calare i consumi, quindi la domanda? Non più per un mercato saturo come il nostro: 60 milioni, per lo più stanchi e invecchiati. Meglio rivolgersi al mercato asiatico: tra Cina, India e dintorni almeno 3 miliardi di persone, con una classe media dinamica, in costante espansione da un paio di decenni. Quante volte bisogna moltiplicare 60 milioni per arrivare a 3 miliardi?

Ma allora dei lavoratori italiani non importa a nessuno? Purtroppo il capitalismo non può permettersi pietismi. È come se nel dopoguerra ci fossimo fermati a considerare la sorte dei contadini che dovevano abbandonare le terre perché divenuti improduttivi: belle aziende con intere famiglie a raccogliere il grano, la vita lenta dell’aia, i riti della trebbiatura…Pittoresco, ma tutto scalzato da una sola macchina, guidata da un solo uomo, che rende tutti obsoleti. Pronti per i distretti industriali.

Ma i nostri governanti, scelti per gestire la nostra res publica, cos’hanno fatto per affrontare i nostri problemi economici? Quali politiche economiche sono state messe in atto negli ultimi anni? Nessuna. Per lo più, sono stati presi dai problemi personali (giudiziari e aziendali) dell’ex presidente del consiglio. Se proprio qualcuno si è mosso, tra i sindacati per esempio, lo ha fatto a difesa dell’indifendibile. Come nella nostra tradizione calcistica, giochiamo chiusi in un “catenaccio”. Solo che stiamo sotto di tre o quattro gol e continuiamo a difenderci. Anzi, la partita è finita, si è cambiato campo, sport, canale.

Ci sono rimedi a questo stato di cose? In via generale occorrerebbe cambiare radicalmente l’attuale modello produttivo e, quindi, sociale. Rimettere l’uomo – non il profitto, e nemmeno il lavoro – al centro dell’attenzione. Risolvendo una volta per tutte il falso dilemma, fonte di guerre tra disperati, tra salute e occupazione. Un processo lungo e laborioso, che dovrebbe incidere anzitutto sul piano culturale e che non può limitarsi nei confini nazionali, essendo l’economia globalizzata.

In subordine, si potrebbe puntare sulle risorse spendibili che abbiamo. La cultura, anzitutto: l’enorme patrimonio paesaggistico e naturale che, nostro malgrado, abbiamo ereditato. Guarda caso, è uno dei settori strategici più importanti del momento, uno dei pochi che, se ben gestito, non temerebbe flessioni neanche in tempi di crisi. E per i nostri giovani, invece di buttare soldi per salvataggi di banche e industrie fuori dal mercato, investire sulla qualità: scuola, ricerca, formazione di cittadini e lavoratori più qualificati, capaci di confrontarsi con le sfide di un mondo in continua evoluzione.