Per il comizio di chiusura della campagna elettorale del Pasok, il partito socialista greco, il candidato premier Evangelos Venizelos ha scelto piazza Syntagma (dove si trova il Parlamento, nella foto) cuore di Atene ed epicentro di tutte le proteste degli ultimi mesi conto il piano di austerità imposto al paese dalla troika (Fmi, Ue, Bce). “Domenica si decide il destino del nostro popolo – ha detto il leader del Pasok – La scelta è tra una via difficile ma sicura o imbarcarci in un’avventura che produrrà povertà di massa in tutta la Grecia”.

Venizelos, ministro delle finanze negli ultimi due governi, quello guidato dal socialista Georgos Papandreou e poi quello “tecnico” di Lucas Papademos, ha il difficile compito, se non impossibile, di recuperare la fiducia dell’elettorato storico del Pasok. I suoi sostenitori dicono che è l’unico in grado di farlo, ma i suoi detrattori dicono che è una persona ambigua e spregiudicata. Che però ha scelto dall’inizio della campagna elettorale di fare un parziale mea culpa per lo stato del paese. Venizelos ha ammesso che il Pasok ha commesso degli errori in passato e non ha sempre detto tutta la verità ai cittadini, quando si è trattato di spiegare in che condizioni fossero le casse e le finanze pubbliche. Nessuna ammissione di colpa, invece, dall’altro partito “di governo” ellenico, quello dei conservatori di Nea Dimokratia. Il leader Antonis Samaras, ministro del governo conservatore che ha portato il paese sul precipizio, ha continuato ad attaccare la sinistra, colpevole, a suo dire di “giocare con il futuro europeo del paese” e di “alimentare ad arte la crisi”.

I due partiti che dal 1974, dal crollo del regime dei colonnelli, si alternano alla guida della Grecia, vivono il loro momento più difficile. Secondo i pochi sondaggi disponibili – parziali perché moltissimi greci non hanno voluto rispondere alle domande delle società di rilevazione delle intenzioni di voto – Nd potrebbe vincere le elezioni di domani, con un consenso compreso tra il 20 e il 28 per cento. Il Pasok, invece, si attesterebbe tra il 14 e il 20 per cento, quando nel 2009 aveva avuto quasi il 44. Nessuno si azzarda a fare previsioni su cosa undici milioni di greci, impoveriti dalla crisi e dall’austerity e impauriti per ciò che il futuro potrebbe ancora riservare, sceglieranno domani. Il terzo posto, tra 6 e il 10 per cento, è conteso tra il Kke, il partito comunista greco più legato alla tradizione sovietica, Syriza, una coalizione di sinistra composta da forze che però hanno un diverso orientamento specialmente riguardo all’Ue e Anexartiti Hellines (Greci indipendenti), una nuova formazione di centro-destra formata da esuli di Nd.

Un’altra forza di sinistra, Dimokratiki Aristerà (Sinistra democratica), fondata da Antonis Kouvelis per raccogliere i delusi del Pasok, potrebbe sfiorare il 6 per cento, seguita, con il 4 per cento, da Laos, un partito di estrema destra, apertamente xenofobo e razzista. Ancora più a destra, rischia di entrare in parlamento con più del 3 per cento dei voti anche Chrysi Avhi (Alba d’oro), un partito dalle simpatie neonaziste. Stesso obiettivo per i Verdi che puntano a fare il proprio esordio tra i 300 seggi del parlamento monocamerale ellenico. I due partiti maggiori, dunque, rischiano seriamente di non arrivare, sommati, alla maggioranza dei voti. Il risultato più probabile di questo terremoto elettorale, dunque, sarebbe necessariamente un governo di coalizione che, tanto a sinistra, quanto a destra, conterrebbe forze apertamente contrarie all’Unione europea – con in più il fatto che, specialmente a sinistra, non sembra ci sia alcuna volontà di dialogo sul programma o di collaborazione post-elettorale per formare un governo.

Bruxelles guarda con una certa preoccupazione all’esito del voto e i leader europei non hanno perso occasione nelle ultime settimane per esprimere la propria scelta: una “grande coalizione” tra Pasok e Nea Dimokratia che garantisca il rispetto degli accordi che hanno evitato il default del paese nonché la prosecuzione delle politiche di austerità, costate finora ai greci un aumento esponenziale della disoccupazione (quella giovanile ha superato il 50 per cento), tagli a stipendi e pensioni, chiusura di una ventina di imprese al giorno e sacrifici di ogni genere. La “grande coalizione”, tuttavia, appare perfino più difficile da realizzare, visto il clima politico avvelenato degli ultimi mesi e una solida tradizione di litigi permanenti tra i due partiti maggiori, che pure si sono trovati momentaneamente alleati a sostenere il governo Papademos. Dopo la crisi finanziaria, quella economica e sociale, dunque, la Grecia rischia uno stallo politico senza alcuna forza in grado di formare un governo abbastanza solido da riuscire a recuperare la fiducia dei cittadini, indispensabile più di quanto non sia quella dei mercati internazionali che da tempo hanno abbandonato Atene al suo destino.

di Joseph Zarlingo