E’ arrivata la nomina ed è arrivata all’unanimità come auspicato. Giovanni Colangelo è il nuovo procuratore capo di Napoli. Proviene dalla guida della Procura di Potenza e ha ottenuto un ampio consenso nel plenum del Csm (22 sì e le astensioni dei due laici del Pd Guido Calvi e Glauco Giostra). Ma è una nomina condita con una forte spruzzata di veleno. Perché alla sostanziale unanimità verso Colangelo si è arrivati dopo l’improvvisa revoca della proposta di nomina in favore di Paolo Mancuso, procuratore capo di Nola, ex magistrato della Dda di Napoli, ‘toga rossa’ storica di Magistratura Democratica e fino a pochi giorni fa dato come favorito nella corsa alla guida della Procura più grande del Paese. Decisione – si è appreso in seguito – condizionata dall’arrivo al Csm di alcuni atti giudiziari della Procura di Palermo, estrapolati dall’inchiesta del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e del pm Nino Di Matteo sulla trattativa tra mafia e Stato. Si tratta delle intercettazioni di telefonate tra Mancuso (non indagato) e l’ex capitano dei carabinieri De Donno, dalle quali sarebbe emerso che il magistrato avrebbe chiesto di intercedere in suo favore, tramite il generale Mario Mori, con il capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, per conquistare i voti dei consiglieri laici Pdl.

Il consigliere Franco Cassano, a nome di Area, il raggruppamento che rappresenta le correnti di sinistra, ha ritirato il nome di Mancuso con la motivazione ufficiale della “impossibilità constatata di arrivare a una convergenza di tutto il plenum sul suo nome” spiegando che la decisione è stata presa per “senso di responsabilità”, per dare “una legittimazione forte” e nel rispetto dell’ “autorevole auspicio” del capo dello Stato per una nomina unitaria. Una scelta che ha indotto anche il togato di Magistratura Indipendente, Tommaso Virga, a revocare la candidatura del terzo concorrente, il procuratore di Santa Maria Capua Vetere Corrado Lembo. Spianando così la strada a Colangelo, che così ha ottenuto i voti di tutti i togati (ad eccezione di Nello Nappi, di Area, che non partecipa al voto), dei laici del Pdl e del vice presidente Michele Vietti.

Quanto agli atti relativi alle intercettazioni, sono stati secretati e assegnati per una pratica alla Prima Commissione del Csm, competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità ambientale dei magistrati. Il Csm avrebbe dovuto decidere su Napoli il 18 aprile scorso. All’ultimo momento ci fu un rinvio, dopo che erano circolate indiscrezioni secondo le quali i laici del Pdl avrebbero appoggiato Mancuso. Indiscrezioni poi smentite a nomina di Colangelo avvenuta dal gruppo: “Non abbiamo ricevuto alcun tipo di pressione”.

Secondo la ricostruzione dei giornalisti de ‘Il Mattino’ Giuseppe Crimaldi e Rosaria Capacchione, i fogli dell’inchiesta di Palermo sarebbero arrivati al Csm attraverso un plico giallo anonimo imbucato nei giorni tra il 25 aprile e il 1 maggio. Mentre Mancuso, nei giorni successivi alla seduta del 18 aprile, avrebbe scritto a Palazzo dei Marescialli denunciando di essere vittima di una falsa accusa: ci sarebbe un pentito disposto a dichiarare che Mancuso avrebbe coperto la lunghissima latitanza di Michele Zagaria, il superboss dei Casalesi. Il pentito, scrive la Capacchione, si chiama Antonio Cutolo ed è un lontano parente di Raffaele Cutolo, il fondatore della Nco. Sarebbe un noto fabbricatore di bufale (tra le persone da lui accusate, Antonio Di Pietro, Marcello Dell’Utri e l’ex capo dei servizi ispettivi del Dap), è stato espulso da tutti i programmi di protezione e i suoi verbali hanno infarcito diversi dossier dei servizi segreti. E Mancuso da tempo sostiene di essere il bersaglio di una campagna diffamatoria a suo giudizio ad opera di alcuni ambienti dei servizi segreti. Poche settimane fa Cutolo è stato raggiunto da una richiesta di rinvio a giudizio per calunnia ai danni di Mancuso.

Peraltro, non è la prima volta che Mancuso finisce al centro di vicende velenose: accadde nel 2006 quando venne sottoposto a un procedimento disciplinare con l’accusa di aver instaurato rapporti confidenziali con personaggi compromessi da indagini giudiziarie per aver partecipato a una battuta di caccia in Albania con alcuni di loro. Ma la vicenda si concluse con l’assoluzione in ogni sede, sia penale che disciplinare, per essere risultati esclusi gli addebiti.

Secondo l’Anm è necessario che il Csm, “per salvaguardare il principio dell’autogoverno” garantisca il “massimo rigore” nelle procedure di valutazione soprattutto quando queste riguardano la scelta di chi va a ricoprire incarichi direttivi. E’ la posizione espressa dal presidente e il segretario dell’Anm, Rodolfo Sabelli e Maurizio Carbone, interpellati dai cronisti al termine dell’incontro con il presidente del Senato, Renato Schifani. Con la premessa “di avere appreso la notizia dai giornali” e dunque di “riservarsi di aspettare di capire cosa è accaduto”. Sottolineando però che “è giusto che il Csm abbia sempre la possibilità di conoscere tutti gli elementi necessari alla valutazione”. Sabelli e Carbone hanno poi ricordato come “fin dal suo insediamento, la nuova giunta dell’Anm, peraltro in continuità con quella precedente, abbia indicato tra i punti prioritari la questione morale”.