Faccio, a titolo privato i miei migliori auguri di buon lavoro a Enrico Bondi, commissario al risparmio sulla spesa pubblica nominato dal governo. Ha un compito ingrato e destinato a seminare delusione e scontento, per una ragione molto banale. Tutti in Italia vorrebbero risparmiare sulla spesa pubblica: crea deficit ed è finanziata dalle odiate tasse; pochi si soffermano a ragionare su cosa si debba intendere per risparmio in questo campo. Il risultato è che sotto la dizione “risparmio sulla spesa pubblica” si raccolgono almeno quattro questioni tra loro molto diverse e il mandato del commissario non gli consentirà di agire sulle più importanti.

In primo luogo, la spesa pubblica italiana, se considerata al netto dell’enorme interesse sull’enorme debito pubblico, non è affatto alta rispetto ai parametri europei, anzi è bassa: c’è poco da tagliare. Sarebbe essenziale ridurre l’indebitamento pubblico ma questo è un problema molto più ampio e complesso che realizzare risparmi. In secondo luogo, risparmio sulla spesa pubblica per il cittadino comune significa eliminazione delle truffe e dei reati commessi con il denaro pubblico: appalti gonfiati, tangenti, etc. Su questo tipo di sprechi la competenza non è del commissario ma della magistratura: infatti più che sprechi di denaro pubblico, questa categoria include veri e propri reati; dunque anche da questo punto di vista il commissario avrà scarsi margini di manovra.

Sarebbe essenziale invece aumentare l’efficienza della magistratura e ridurre le garanzie degli imputati che attualmente sono tali da rendere effettivamente conveniente il reato economico (chi si ricorda la depenalizzazione del falso in bilancio voluta dall’ex Premier Berlusconi?). In terzo luogo, il commissario potrebbe considerare gli sprechi “veri” che si realizzano nei servizi pubblici, sotto forma di spese non direttamente connesse con la qualità del servizio fornito: stipendi e buonuscite dei super-manager, auto blu, consulenze strapagate e quant’altro. Se il commissario si soffermasse su queste voci farebbe un’opera meritoria, ma purtroppo questo tipo di sprechi è quello che paga le clientele politiche e quindi la volontà politica finora è stata di mantenerli piuttosto che limitarli.

Infine c’è la categoria di spese sulle quali i governi precedenti, soprattutto quelli di centro destra, sono sempre intervenuti, che potremmo chiamare dell’eccesso di qualità. E’ ovvio che si può risparmiare tagliando la qualità dei servizi: si possono rendere le scuole più affollate e ridurre i docenti, si possono chiudere i piccoli ospedali, si possono diminuire i trasporti, si possono bloccare i rinnovi dei contratti di lavoro o gli adeguamenti delle pensioni all’inflazione. Il problema, naturalmente, è che questi tagli costituiscono la macelleria sociale e sottraggono diritti ai cittadini: lo “spreco” tagliato in questo caso è il servizio stesso.

Il problema, come si vede, non è se i tagli alle spese siano lineari o diversificati per settore: è che la volontà politica predominante nel paese da qualche tempo a questa parte è quella di effettuare i tagli a carico di un presunto eccesso di qualità dei servizi, eccesso che esiste soltanto come strumento demagogico. Di fatto ciò che abbiamo visto e che, io credo, continueremo a vedere, è un risparmio effettuato sulla pelle dei cittadini che non intacca minimamente il vero spreco di denaro pubblico: tagliamo sulla qualità dei servizi piuttosto che sulle consulenze agli amici o sugli stipendi dei super-manager e non perseguiamo con sufficiente energia le truffe ai danni dello Stato.

In aggiunta a questo disastro della politica italiana recente, c’è una sensazione nel pubblico, aumentata da una accorta propaganda politica della quale è stato maestro l’ex ministro Brunetta, che gli sprechi e i disservizi dello Stato anziché essere frutto di scelte politiche dissennate e disoneste siano causati dai lavoratori che dipendono dallo Stato e ne erogano i servizi.