Non sono soltanto i dissidenti a finire nei campi di prigionia nordcoreani. Al contrario, molti detenuti sono semplici cittadini colpevoli soltanto di essere scappati oltre confine in cerca di cibo e lavoro o di aver tentato di farlo. A scattare la fotografia dell’arcipelago gulag a nord del 38esimo parallelo è un’indagine della Commissione sudcoreana per i Diritti Umani, istituita dal governo di Seul nel 2001. “Le violazioni dei diritti umani in Corea del Nord sono riconosciute in tutto il mondo. Il rapporto servirà a giudicare il regime”, ha spiegato al quotidiano Chosun Ilbo Kim Tae-hoon dello comitato speciale sulle questioni nordcoreane all’interno della Commissione.

Il rapporto si basa sulle testimonianze di 834 rifugiati. Racconti “terrificanti”, secondo gli estensori, come quello di una donna che ha dichiarato di aver visto morire oltre 3.700 persone nel giro di pochi mesi, da gennaio a giugno del 2005. Spesso basta poco per finire nei campi di prigionia. A volte l’unica colpa è avere cantato un canzone sudcoreana, sorte toccata a uno studente come riferito dall’agenzia France Press che ha visionato in esclusiva i documenti. O non aver citato il nome del fondatore dello Stato, Kim Il-sung, durante una sessione ideologica.

Secondo Amnesty International, sono migliaia i detenuti nei sei campi di prigionia del Paese eremita, sottoposti a lavori forzati e vittime di torture ed esecuzioni sommarie. Secondo le stime di altre organizzazioni, il numero totale dei detenuti oscilla invece tra 150mila e 200mila persone.

Il rapporto sudcoreano stila una lista dettagliata di 278 prigionieri, con nomi, età, occupazione prima della detenzione, accuse per le quali sono stati imprigionati e resoconti delle condizioni all’interno dei campi. Di questi, almeno 60, il gruppo più ampio, sono accusati di aver tentato la fuga dal Paese. Un flusso che non sembra volersi fermare nonostante uno dei primi provvedimenti del nuovo leader Kim Jong-un, salito al potere a dicembre alla morte del padre Kim Jong-il, fu inasprire le punizioni per chi fosse scappato e per le loro famiglie, spesso criminalizzate perché ricevono le rimesse da chi è riuscito a riparare all’estero.

Ventisette nomi della lista sono invece di giapponesi di origine coreana convinti dalla propaganda a trasferirsi sotto il regime dei Kim. Cinque sono i casi confermati di prigionieri arrestati perché cristiani, mentre per altri 29 l’accusa è di associazione illegale. Non mancano infine quelli incarcerati per reati commessi da un qualche loro familiare o accusati di corruzione, di aver violato segreti di Stato e per commenti sui leader del regime e sulle istituzioni. La repressione non risparmia nessuno. Nel 2001 a farne le spese fu addirittura l’allora vice ministro delle Telecomunicazioni, Sim Chol-ho. La storia è riportata dal quotidiano JoongAng Ilbo. A settembre di quell’anno, Sim fu destituito dalla carica e rinchiuso per 18 mesi nel campo di Yodok, nella provincia orientale di Hamgyong, per aver criticato i servizi segreti. Secondo i resoconti, l’ex viceministro aveva diritto ad appena 200 grammi di farina di granturco per la zuppa e in pochi mesi perse circa 30 chili.

Il caso rappresenta una prova di quando poco chiara sia la politica nordcoreana e quanto instabili gli equilibri interni. Nel 2009 Sim tornò a ricoprire il ruolo di viceministro su indicazione dello stesso Kim Jong-il e lo scorso febbraio è stato promosso ministro nel governo che affiancherà Kim Jong-un, mentre sugli otto anni trascorsi tra la destituzione e il reintegro è calato il silenzio. Altri nomi di spicco di funzionari epurati sono quelli di An Chang-nam, ex responsabile della sicurezza nel Nord, Yom Jong-je, procuratore a Pyongyang e Kim Byong-nam, segretario locale del partito nella provincia di Ryanggang.

A sollevare il tema delle condizioni nei campi di prigionia non è tuttavia soltanto la Commissione per i Diritti Umani sudcoreana, le cui osservazioni sono diventate più dure sotto l’attuale amministrazione conservatrice rispetto ai passati governi, quando la cosiddetta politica del “sole splendente” puntava alla distensione nei rapporti tra il Nord e il Sud della penisola coreana.

“Ogni volta che sono a Washington visito il memoriale dell’Olocausto. Quei video e quelle immagini mi fanno temere che qualcosa del genere possa accadere anche in Corea del Nord”, ha spiegato Shin Dong-hyuk, nato e cresciuto in uno di questi campi, dove il padre fu rinchiuso nel 1965, e da cui riuscì a fuggire a 22 anni nel 2005. La sua storia è raccontata nel libro “Escape from camp 14”.

di Andrea Pira