Studiare la gente durante una campagna elettorale, soprattutto se le elezioni sono quelle amministrative, è più istruttivo dell’opera omnia di Weber e Durkheim messi insieme. Nessuno è immune alla febbre propagandistica, perfino quelli che hanno fatto della propria astensione una bandiera da sventolare con ottuso orgoglio.

Sia chiaro, ben pochi son quelli che si leggono il programma dei candidati (quelli che ce l’hanno, perché in molti han deciso di fare senza e si limitano a ululare qualche frase fatta, salvo poi essere colpiti da una specie di labirintite fulminante quando si chiede loro qualche dettaglio), ancora meno sono quelli che ci credono.

Si vota per fede, per tifoseria, per identificazione, per ripicca, per appartenenza, per clientela. Qui a Palermo, come altrove, prima che altrove. Questa non è una città, è un prototipo: quello che accade qui poi accadrà anche altrove. E’ sempre stato così.

Tra gli elettori, prima di tutto ci sono i nostalgici. Non sono tanti, ma ci sono. Più che nostalgia della primavera di Orlando, però, sono nostalgici della propria primavera, del tempo in cui erano ancora giovani e battaglieri, e s’illudono di poter portare indietro le lancette dell’orologio col voto. Destinati ad essere disillusi in ogni caso. Una piccola fetta dei nostalgici, poi, nutre un profondo rimpianto per la Democrazia Cristiana, che “mangiava sì, ma faceva mangiare”. Solo che non si sono accorti che a forza di abbuffate, da una parte e dall’altra, abbiamo raschiato anche il fondo della pentola. Nostalgia canaglia!

Ci sono poi gli spocchiosi. Appartengono alla Palermo-bene, ai salotti borghesi, quelli in cui, prima che un “estraneo” possa essere introdotto, ci si informa su “come nasce”. Son pochi, pochissimi. Si riconoscono fra loro e fanno una indicibile tristezza, con la loro aria polverosa di vecchie cariatidi residui di un’aristocrazia che non ha mai avuto grandezze. La loro Palermo ha i contorni ristrettissimi di via Libertà, via Notarbartolo e il tratto tra il Politeama e il Massimo. Il resto è già periferia. Votano per casta, o meglio, per censo. Il programma non è contemplato, gli preferiscono l’albero genealogico. Sono in via di estinzione come il panda gigante.

Poi vengono i radical-chic. Rispetto agli spocchiosi, non “nascono bene”, ma sono arrinisciuti: luminari nelle proprie professioni, baroni universitari, primari di fama. Guardano chiunque non sia da loro reputato alla propria altezza come si guarda a certi cibi avariati: con la stessa aria di sdegnoso disgusto. In genere, sono presidenti di qualcosa. Non c’è niente di più erotizzante, per il palermitano, di essere chiamato “presidente”. Non importa se del Rotary o del circolo della bocciofila. E’ la parola in sé ad essere afrodisiaca.
Per loro va tutto bene, nulla deve cambiare. Tanto loro problemi non ne hanno, ancorati alle loro poltrone e ai loro privilegi, non appartengono certo alle famiglie che vedono quindicimila giovani ogni anno lasciare la Sicilia per trovare lavoro altrove. Vuoi che papà, con gli amici e le conoscenze che ha, non ti trovi uno straccio di posticino da dirigente da qualche parte? Suvvia!

Dopo vengono i clientes. Sono tutti quelli che campano con la politica, sulle spalle della politica o grazie agli amici politici. Gestiscono tutto, gli enti, le fondazioni, le organizzazioni, le istituzioni, tutto quell’inutile carrozzone che riceve finanziamenti pubblici e li gestisce in regime di diritto privato. Anche quelli pochi, pochissimi. Una elite che si arroga perfino il diritto di definirsi Palermo-colta. Viscidi come anguille, sempre a caccia dell’amico giusto per accaparrarsi nuove fette della torta. Sono le sanguisughe del sistema, i nemici più radicati di qualsiasi cambiamento. Hanno l’aria di grandi benefattori, però a star loro vicino si sente un odore strano, dolciastro, nauseabondo. E’ la puzza di cadavere in decomposizione.

Infine ci sono gli altri. Tutti gli altri. Le migliaia di palermitani onesti, le migliaia di palermitani che vedono i propri figli partire, le migliaia di palermitani messi in ginocchio dalla crisi, le migliaia di palermitani che vorrebbero una città con più opportunità per tutti. Quelli che non hanno santi in paradiso, che tirano la cinghia per pagare l’università ai propri figli e che li vedono finire sfruttati e sottopagati nei call-center nonostante l’applauso accademico e magari il master. Quelli costretti a elemosinare un lavoro, precario, temporaneo, mal retribuito, per sopravvivere con una parvenza di dignità. Quelli che sono stanchi dei cumuli d’immondizia, della sopraffazione, dell’immobilità, dei soprusi, della Palermo degli spocchiosi, dei clientes, dei nostalgici, dei radical-chic.

Quelli che andranno a votare sperando che cambi il vento.