Secondo voi, se Twitter fosse esistito quando hanno ammazzato John Kennedy, cosa sarebbe svettato in cima ai Trending Topic mondiali? E se fosse stato già online negli anni ’80, ai tempi di Fantastico, secondo voi Pippo Baudo non avrebbe spopolato tra le hashtag?

Le risposte a queste domande sono così scontate che non c’è manco bisogno di scriverle. E di simili ipotesi ne potremmo fare altre decine. Tutte per dire una cosa semplice: che Twitter è quasi sempre cassa di risonanza virtuale di ciò che succede nel mondo reale e negli altri media: raramente produce contenuti suoi – e quando questo avviene, lo fa solo in quanto un utente si trova ad essere “testimone diretto” di avvenimenti o fatti di cronaca.

Direte, sai che novità. E no, perchè invece la stampa italiana è stata presa da una febbre da cavallo per Twitter. Al Festival del giornalismo di Perugia, se ne è parlato in ogni salsa. Conduttori dei talk show d’informazione, addirittura, hanno dibattuto su come resuscitare la tv “morente” coinvolgendo gli utenti dell’uccellino – ed esimendosi poi dal farsi fare domande dal pubblico in sala: prima i follower e poi le persone in carne e ossa, devono aver pensato.

Non devo ripetere di che strumento performante e personalizzabile sia per seguire notizie e personaggi. Epperò ci dobbiamo chiarire una volta per tutte: di cosa parliamo quando parliamo di Twitter? Quanti sono gli utenti – sempre più spesso assurti, da giornalisti neofiti ed entusiasti, a “specchio del Paese”?

Secondo gli ultimi dati del super-esperto Vincenzo Cosenza, in Italia Twitter conta circa tre milioni e mezzo di iscritti. Da notare, però, che appena un milione sono coloro che hanno pubblicato almeno un aggiornamento (non mi stupisce: tanto per dire mia sorella Novella si è iscritta ma non si è mai appassionata veramente).

Numeri da “minoranza strutturale” verrebbe da dire, o da “sparuta moltitudine” se preferite. E comunque niente rispetto, per dire, alle attuali platee televisive.

Allora perchè tutta questa attenzione mediatica, perchè tutto questo voler “buttare” Twitter in tv? Io un sospetto ce l’ho. Parte della stampa sente che il giornalismo ha perso il prestigio di un tempo. E per correre ai ripari, si augura che una spruzzata di “comunicazione orizzontale”, di confronto con “la gente”, possa risolvere i problemi.

Eppure, cari colleghi, oltre che a perdere grandi quantità di tempo e di risorse per avere molto poco in cambio, così si rischia di snaturare due strumenti che strutturalmente fanno fatica a parlarsi. Non è sufficiente fare buona televisione o buon giornalismo e basta? Ci penserà poi anche Twitter a diffonderlo ai quattro venti. Proprio come avrebbe fatto ai tempi di Kennedy.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         twitter/fedemello